venerdì 7 novembre 2014

Juncker e il Luxembourg Leaks 1



Oggi il Corriere della Sera ha dedicato un compunto editoriale per spiegare a Renzi chi è Juncker. Se i Bob Woodward nostrani oltre a scrivere in napoletano continuassero anche a leggere in inglese, avrebbero visto sul New York Times l’annuncio di una bella grana che sta per abbattersi sulla credibilità del Presidente della Commissione, secondo loro eletto dal popolo. Ce l’avrebbero occultato comunque, ma il titolo del New York Times è stato chiaro: “Hundreds of Companies Seen Cutting Tax Bills by Sending Money Through Luxembourg”. In Italiano: “Centinaia di società hanno tagliato le tasse inviando soldi in Lussemburgo”. Il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, composto da 80 giornalisti di 26 paesi, ha trascurato le piume d’oca di Moncler, esaminando invece 28.000 pagine di documenti confidenziali di quello che già viene definito Lux-leaks.
Oltre all’indagine già nota sugli aiuti di stato (già aperta), i nuovi file documentano accordi e deliberazioni con cui una centinaia di miliardi di dollari (215 miliardi solo tra il 2002 e il 2010) sono stati disinvestiti da altri paesi, per essere poi trasferiti in pochi anni in Lussemburgo. Il Granducato è diventato la magica terra delle fate per tutte le grandi corporation: Accenture, Abbott Laboratories, American International Group (AIG), Amazon, Blackstone, Deutsche Bank, the Coach handbag empire, H.J. Heinz, JP Morgan Chase, Burberry, Procter & Gamble, the Carlyle Group e Abu Dhabi Investment Authority. Ikea, Fed Ex e tantissimi altri hanno (giustamente) approfittato di una grande opportunità, presentata come legale in Lussemburgo.
Una delle società più attive nella consulenza strategica fiscale, la Price Waterhouse, spiega già nel 2009 che il Lussemburgo è un paese con “autorità flessibili e accoglienti”, “facili da contattare” e che offrono la loro “disponibilità al dialogo con un processo decisionale spedito”.
Il governo del Gran Ducato di Lussemburgo si occupa della tassazione societaria attraverso la Societè 6, e pur essendo il livello di imposizione societaria al 29% ha sottoscritto accordi preventivi capaci di abbattere il peso del fisco ad una sola cifra. Se non capite come, non chiedete alla Gabanelli, ma al Consorzio dei Giornalisti (non Italiani) Investigativi, che ve lo spiega con un video.
Uno dei responsabili di questa strana “Equitalia delle fate” lussemburghese era Mr. Marius Kohl, detto “Mr. Ruling”. Questi, raggiunto da uno di quei giornalisti che non si occupano di puzza di bruciato (a proposito di pizza), ha dichiarato che ritiene di “aver fatto il bene del paese”, anche se non necessariamente della “sua reputazione”. Lo ha fatto arrivando a firmare fino a 29 di questi “Tax Ruling”, gli accordi fiscali. Sua altezza reale il Gran Duca Giovanni di Lussemburgo, nel 1995 ha nominato per la prima volta Premier Jean Claude Juncker, e questo in vent’anni (tra alterne vicende) è riuscito a fare del suo paese un vero e proprio paradiso con il reddito pro-capite più alto del mondo (122.000 dollari, il doppio degli Stati Uniti). Titolo di merito irraggiungibile da parte di qualunque altro uomo di governo, per aver trasformato una piccola enclave nell’isola della felicità di qualche centinaio di multinazionali, rispettabilissime e fondamentali, che alla “disponibilità e alla apertura negoziale” e “alla capacità di cooperazione” dei governanti del Granducato non hanno saputo resistere.
Stando all’interno dell’Europa, da fondatore, il Lussemburgo ha sfruttato con Juncker tutte le opportunità legali e para-legali per non far pagare le tasse come negli altri paesi, si è guadagnato finora solo rimbrotti e cortesissimi richiami. Ora che Juncker è Presidente ci sono già 4 indagini, e questo dossier clamoroso da affrontare.
È una storia di cui i nostri media ci diranno tardi e male, che mette in nuova luce la presa di cappello di Juncker nei confronti di quel debosciato ragazzotto italiano che lo ha sfottuto, che ne ha rese pubbliche le reprimende, cui ha alzato il dito.
Ha ragione Juncker ad arabbiarsi con Renzi. Lui non rappresenta un pugno di burocrati ma una sterminata massa di profitti, messa al sicuro rispetto ad una tassazione più equa, non grazie ad una “competizione” fiscale utile legittima tra chi tassa il 12,5% e chi tassa 33%, ma tra chi usa la parola “rule” come regola e chi usa il “tax ruling” come accordo fiscale, anzi come un “mettemose d’accordo” su quanto mi porti e ti garantisco che a te non chiederò di più.
Anche se nessuno dei nostri watch-dog alle cozze ce ne ha parlato, Juncker è stato raggiunto da giornalisti veri che gliene hanno chiesto conto. È rimasto abbottonato e si è limitato a dire che “se i comportamenti del Lussemburgo violano le regole lo sanzioneremo”. Dopo aver inventato il Lussemburgo, immaginiamo con quale entusiasmo. #Europastaiserena.
Massimo Micucci
PS: tra i media partner di questa indagine giornalistica ci sono le seguenti gazzette minori: The Guardian, Süddeutsche Zeitung, NDR/WDR the Canadian Broadcasting Corporation, Le Monde, Japan’s Asahi Shimbun, CNBC, Denmark’s Politiken, Brazil’s Folha de S. Paulo e altri.
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