martedì 22 gennaio 2013

Lobbying al tempo delle elezioni


Con la casta e la seconda repubblica finisce l'attività di lobbying intesa come ricerca della benevolenza, o peggio, da parte dei politici. Prima ancora che si sia legiferato sulle lobbies. I politici saranno perennemente sotto riflettori. Verrà dunque meno non solo la lobby cattiva, ma anche la cattiva lobby. Qual è la cattiva lobby? Quella che, con scambi e appartenenze vere o presunte, cerca di "catturare" il regolatore. Non ci può più essere un' influenza di attori sociali o industriali solo per sé o contro l'interesse generale. Ciò è avvenuto finora e le attività di lobbying hanno subito la stagione della politica separata più che aiutarla a crescere alleandosi.

Avviene più di quanto non sembri che società di lobbying o comunicazione istituzionale, lobbisti aziendali, centri o fondazioni siano basati più su chi conosci (o dici di conoscere) che sul che cosa sai. Sono "cacciatori" del regolatore. Circoli, club, reti chiuse e involute, figli nel familismo amorale, del crony capitalism (capitalismo clientelare). Oggi chi vuol far crescere la professionalità dei lobbisti deve partire anche da una "autocritica del settore". Spesso i lobbisti si collocano in aree di riferimento politiche, salvo girare le loro bandiere acquisendo qualche ex parlamentare. L'obbiettivo è uno scambio con il decisore: "lasciati catturare che diventerai il referente di una area di interessi, dove potrai pescare a piacimento". Questo atteggiamento è più inutile che pericoloso. Newt Gingrich negli USA  si è schiacciato le dita nella sliding door dovendo rinunciare alla primarie per i Repubblicani.  Anche nella nostra repubblica delle vongole è già avvenuto che lobbisti full time fossero parlamentari part time e viceversa. Oggi, una piccola torma di ex-parlamentari si affretta verso le sliding doors. Per questo è giusto l'appello di Vedrò al prossimo parlamento di adottare almeno pochi principi comuni per legiferare sulla attività di lobbying. Ma non basta. Società di lobbying, o influenti consulenti privati a metà tra politica, consulenza strategica e brokeraggio, hanno ospitato interazioni, se non illegali, almeno improprie. Il reato di traffico di influenze resterà in un circuito mediatico che considera il privato sporco ed il pubblico pulito. E' tutto da dimostrare. Soprattutto non elimina il problema  e nemmeno basterà la pur necessaria legge sulle attività di lobbying ad instradare il tutto.
La rivoluzione deve venire dalla parte dai professionisti e della cultura aziendale. Si dovrà passare dallo scambio di favori alla interazione libera e aperta, dalla influenza occulta o meno alla trasparenza e  collaborazione, dalla pressione al policy making cooperativo.
Il lobbista di oggi è uno specialista, un consulente politico e aiuta gli interessi a "fare politica".
L'epoca "tecnica" e la crisi hanno portato una complessità e una tendenza alla legiferazione e decretazione psicotica. Dunque il primo punto per fare bene è fare poco e con semplicità, valutare la fattibilità e sostenibilità dei provvedimenti e la loro applicazione ad horas e in collaborazione trasparente con una dirigenza pubblica spesso sacrificata. Alle aziende un consiglio: diffidate di chi dice io conosco questo o quello, di chi pensa arriviamo noi, di chi implora per farsi affidare un commessa pubblica. Ma non credete anche anche di chi fa compitini. Diffidate dei posizionatori on line: torbida via di mezzo tra venditori di fumo e markettari in difficoltà: ma anche degli eventologi. Chiedetevi cosa ne sa  questo signore della politica del mio settore? Che idee ha? Cosa mi dice che già non so?  Se a partire da un interesse parziale non si ha una idea per risolvere un problema, per fare funzionare meglio qualcosa, se non c'è una visione generale in cui inserirsi, non si fa lobbying ma chiacchiere e non si arriva da nessuna parte.


Massimo Micucci

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