venerdì 6 luglio 2012

Zingales un Italiano contro il "Crony Capitalism"



Meno male che c’è Amazon. Appena letta una presentazione su The Independent,dell’ultimo libro del Professor Luigi Zingales  “A Capitalism for the People- Recapturing te Lost Genius of American propsperity”  l’ho scaricato e cominciato a leggere. Mentre continuo a farlo lentamente (è in un inglese piano e pienamente comprensibile) non resisto a condividere l’emozione ed il fascino per l’approccio acuto e coerente a temi che sono davanti a noi. Tanto più che vengono da un giovane (per noi) talento accademico già affermato economista presso la “famosissma”  e per molti di noi “famigerata” scuola di Chicago. E’ una critica spietata , amorosa e preoccupata del capitalismo e della sua spinta propulsiva. Un appello che scaturisce dalla crisi che stiamo vivendo  e mantiene come bussola positiva e costruttiva proprio il libero mercato. L’interrogativo è come salvare le immense conquiste del capitalismo tornando al genio perduto della prosperità Americana. Un capitalismo per il popolo. Una disanima ricca di dati e di storie circostanziate. Ne scrivo subito perchè mi colpisce il punto di partenza e il rischio che viene indicato agli USA e al mondo: se continua la degenerazione del libero mercato in un capitalismo di connivenza (Crony Capitalism) traducete come volete “amicale” “nepotista” “colluso”, le ragioni, la forza, la credibilità del sogno amaricano nato da una spinta di libertà rischiano di sparire. Zingales racconta di essere “emigrato” negli States per la libertà e le occasioni di ricerca e crescita che quel sistam gli ha offerto, lasciando il suo paese al punto più basso di quella degenerazione anti liberale l’Italia di Berlusconi. Sul sole 24 ore ha stigmatizzato le regole che all’interno della BPM consentivano la promozione dei gestori dei nostri debiti e crediti : parlando di Manuale Cencelli di una Banca e del paese, Relazioni e nessuna meritocrazia.
Ma oggi  Zingales vede un rischio analogo a quello Italiano per gli States e l’europa è di finire come la Grecia. Nessuna consolazione. Il tradimento dello spirito del libero mercato ha radici lontane, complesse e diversi indirizzi, dopo la rivoluzione reaganiana la politica amricana con Bush è diventata meno aperta (dazi sulle importazioni), l’equilibrio della libera concorrenza è stato falsato dal peso del Big Business. La radice democratica  dei contrappesi antitrust si è indebolita, il peso dello Stato nella politica è tornato a crescere “d’accordo”, in collusione con le imprese più grandi e si sono ridotte le opportunità basate sul merito e la fiducia nelle bontà del sistema. Anche nel passato ciò è avvenuto, ma la lotta contro il Monopolio delle compagnie britanniche è stata proprio il DNA della Rivoluzione Americana. Con Obama e l’impegno a salvare il sistema finanziario si è stabilito un precedente antiliberale gravissimo: i grandi non possono fallire dunque non competono tra di loro alla pari e chi paga ancora sono i tax payers. Il sistema rischia di smemebrarsi in piccole economie pianificate dai grandi Lobbisti. Da questo sfiducia partono i due movimenti opposti di Zuccotti Park e dei Tea Party. Il primo pensa che il problema sia la ricchezza di pochi e non le regole e le opportunità per arricchirsi , il secondo che ormai il sistema non si può riformare e bisogna staccarsi da esso e da ogni regola.
E’ significativo che dalla patria dei Chicago Boys venga un allarme di questo tipo. Parole fresche estremamente attuali anche per chi ha vissuto da lontano il Sogno americano , ma  che indicano nella “restaurazione” o “rianimazione” dell’Europa del welfare, del socialismo all’europea o all’americana,  il problema e non la soluzione. La prospettiva è  invece recuparare le ragioni di un capitalismo per il popolo con una democrazia del popolo , che non ingabbi la società. Per questo ci vogliono regole, non legacci che differenzino i territori liberandoli da monopoli. Ci vuole  capacità e possibilità di alimentare la corsa al talento e farla finita coi privilegi “relazionali” : finanzieri che nominano politici, professori che scelgono su raccomandazione e fedeltà, medici scelti per ragioni politiche, manager selezionati per avvantaggiare le imprese nell’immediato mettendo al sicuro non gli azionisti, ma se stessi e così via. Certo il capitale umano è fatto anche di relazioni, ma queste debbono consentire una competizione vera , non la protezione di amici, parenti e lobbisti di comodo. Quel che va rottamato ovunque non è il capitalismo, ma il capitalismo di connivenza l’altra faccia di uno Stato mangia soldi.

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