lunedì 11 giugno 2012

I "gruppettari" della rete e Morozov


Pensa e ripensa, non sono d'accordo. Su che cosa dite ? Ma su quello di cui già dicevo suscitando alzate di cigila in un post precedente. Non tanto sul tema delle nomine , ma su quanto male possa fare al paese la tribù dei cyber entusiasti trasformandosi in  "internettari" come già avvenne per i "gruppettari" dei tempi analogici. Questi ultimi, per i nativi digitali che non c'erano, segnarono il passaggio negativo dalla fase delle potenzialità liberatorie degli anni sessanta alla ideologizzazione e politicizzazione di un movimento di liberazione che divenne principalmente e confusamente ideologico secondo paradigmi estremi e inconcludenti. Intellettuali, partiti soprattutto di sinistra, mass media definirono una cornice comunicativa che era comunque segnata da presunzioni e culture ideologiche, antagoniste a volte classiste, a volte ribelliate, ma senza lascre segni durevoli di capacità critica nel sistema educativo e nella cultura tranne che in due casi: la lotta delle donne (che infatti si affermò fuori dal contesto ideologico e fu duramente contestata dai gruppettari) e quella per i diritti civili.
Per tornare alla mia critica della "retiologia", Alfonso Fuggetta spiega bene perché non può esistere né un popolo della rete, né un candidato della rete. Prima di ieri avevo letto diversi articoli di Evgeny Morozov dopo le prime "rivoluzioni su internet", mi infastidiva come ai gruppettari ( oggi a braccetto coi markettari digitali ed i guru della comunicazione politica on line)  il tono ipercritico e distruttivo pur trovandoci non pochi stimoli. Quando una cosa ci affascina ce ne innamoriamo. Per questo confesso abbiamo aderito ad appelli tipo "I love internet". Ma a ben pensarci non proporremmo per il nobel la nostra pur meritevole fidanzata, se c'è in campo un dissidente cinese. Ho letto invece il suo libro (maldetto dai fiduciosi di tutto il mondo e tecnofili come io sono)  sulla  e dopo la battaglia che ha infuriato sulla rete a proposito di trasparenza, nomine e candidati della rete. 
Senza tediare oltre sul passato, il rischio è i gruppettari retaioli (non tutti e non sempre), che trovano i loro supporter ovunque a seconda delle convenienze, essendo anche le coscienze più vigili ed attive disperdano le potenzialità critiche ed innovative riducendo tutto allo stesso formato, senza capacità critica e autocritica. Proprio come i comunicatori e i politici analogici. Dividendosi negli stesso schemi tribali.
Allontaniamoci per un attimo dai quartieri bombardati della casta nostrana e della politica che sugli scaffali Feltrinelli e Mondadori fanno tutt'uno. Guardiamo al mondo. Twitter ha aiutato la rivoluzione in Iran? Ora in Iran come vanno le cose?  Le rivoluzioni "aiutate" da internet nel medio oriente stanno facendo progredire quelle società? Fiorisce o no la primavera digitale? Ammesso che internet sia l'arma di distruzione pacifica è una arma di costruzione ?  La grande promessa della digital diplomacy è una importante idea, ma non nasconde anche una debolezza, una difficoltà a trovare spazi e punti d'appoggio per il gigante americano nella vicenda mondiale. Morozov spiega punto per punto che internet è importante come e più della tv o dei volantini dei samizadat, ma né quelli né questo hanno fatto la differenza.  Non doiatemi amici digital. Il Cyber wall non verrà rotto dai cyberideologi né dai cyber attivisti , ma da una cultura critica specifica. Così come gli esiti delle rivoluzioni nell'est europeo e post sovietico non sono sotati unanimi né del tutto dovuti a Voice of America. Soprattutto la forza di internet e degli social media non è destinata a servire solo le forze dell'apertura e della liberazione, ma anche quelle opposte della oppressione. Ciò è vero anche a prescindere dalla buone intenzioni. Se chiediamo a qualunque "guru" di internet (ce ne sono in ogni palazzina), ci dirà che nessuno ha mai dett questo. Morozov invece dimostra citando autorevolissime fonti, soprattutto dei media tradizionali che è stato tutto un definire entusiasticamente, non in un convegno ma nei titoli di prima pagina la cyber rivoluzione, cyberfreedom, la libertà  come "solo" la libertà di internet.  Si piglia un po' tutto l'armamentario da guerra fredda dei liberal e anche quello dei conservatori in chiave antisocialista ci si appiccica digitale o cyber, dopo aver messo la barba dei pasdaran o il cilindro da capitalista al nemico si ricomincia. Senza capire che ogni realtà nel mondo del soft power fa storia a se. Una e-mail sbagliata può dare la sensazione che i giovani nazionalisti anti teocratici siano manipolati dal Pentagono attraverso Twitter.  In Cina e in Russia si fanno dalla gran risate quando sentono cire che la tecnologia e la Tv hanno sconfitto il comunismo. Milioni di giovani si "intrattengono" mentre qualche migliaio ancora si informa sui social media. In poche parole parliamone, ma non dovremmo farla cos' facile anche quando si tratta di grandi questioni globali . Costrure la democrazia difendere la libertà perte sempre dalo sforzo di mantenere uno spirito critico e dalla capacità di costruire soluzioni.

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