sabato 23 giugno 2012

User Pre-Funding

Libri prefinanziati. Gratis il primo blocco , pagato il secondo...semmai

 
 

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tramite The Technium il 19/06/12

About 4 years ago I suggested that 1,000 True Fans might be able to support a working artist. In my modest proposal I pointed to some brand new websites that harnessed direct, unmediated, funding by fans. They did not succeed. But in the intervening years Kickstarter, which did figured out how to do fan-funding at scale, has gone viral. Everybody is Kickstarting. To date Kickstarter has enabled tens of thousands of projects to collectively raise over $200 million from fans. That's more than I would have dare guessed 4 years ago.

Today I launched my own Kickstarter fund.

The main reason I've join the army of Kickstarter hopefuls is to raise funds for a concluding book to the 210-graphic novel about angels and robots I have been working on for 8 years -- which also launched today for free.

But it is also partly to explore what audience-funding, user-financed, crowd-sourced VC'ing is all about. I am convinced that 1,000 true fan pre-funding is a BIG DEAL, and may prove to be a disruptive force in a networked world.

Anyway my project, The Silver Cord book, is my first try at fiction. The story concerns the clash between self-aware robots and millions of species of angels. Some call it spiritual fantasy, but I call it a techno-epic. It may interest you speculative types.

This Kickstarter program is sort of a test to see if any True Fans show up. The deal is we are giving away the first 210-page graphic novel for free. You can get the entire book on the web. (Or you can purchase a hard copy on Amazon's Createspace.) But I hope those who enjoy the first half will want to finish the story and will fund the concluding book at our site, The Silver Cord.

BirthingRing


 
 

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mercoledì 20 giugno 2012

Mammoni-Non sposate mio figlio !


Non sono un critico televisivo nè un sociologo, ma guardo "anche" la TV, "anche" per capire quello che non vivo direttamente
Ero abbastanza restio a seguire mammoni. Poi ho letto la critica di Aldo Grasso:
Mammoni è un programma orribile. Non tanto per il programma in sé, ma per quello che mostramolto spesso si dice che la politica è peggio della società civile, che la televisione fa schifo…Ma quando una telecamera mostra anche solo per errore un frammento di questa tanto decantata società civile, vengono i brividi…Mammoni guardatelo, è orribile e non per lo specchio, ma per quello che si vede dentro allo specchio.
Allora l'ho visto. Proprio perchè "quelli che gli fa schifo la società civile" sono spesso degli imbroglioni: al mattino alle 11 dicono che la società civile esprime il meglio e ne usano "alcune" associazioni per occupare le sedia del CdA Rai, poi a mezzogiorno che la società civile è meglio della politica e dunque la candidano per liste, poi la sera guardando mammoni gli fa schifo.  
Per ripicca e per pregiudizio l'ho visto, twitter alla mano, e naturalmente mi è piaciuto: Innanzitutto non so se la società è così. Certo che la docu-fiction è così perchè cerca e  piglia pezzi di società e li sbatte lì. Li fa giocare  e loro recitano, (come recitano i tamarri) senza essere nè marginali nè esemplificativi. Recitano se stessi per divertirci. Piangono ridono, non riescono a mascherare pregi e difetti dei loro micromondi. Ci sono gli stereotipi? Perchè gli stereotipi esistono per caso? Che sono meglio le interviste per strada? Vogliamo vederci una bella statistica ? O preferiamo una inchiesta a tesi? C'è anche quella e spesso è più docufiction di questa solo che non ce ne accorgiamo.
Certo è un'Italia tutta uguale a se stessa, ma fino ad un certo punto.Protagoniste le mamme, le mamme, le mamme, non i mammoni che sono tristissimi comprimari (maschi spariti) e in parte le ( o i ) pretendenti , gattine contro leonesse in uno scontro tutto "tra donne". I temi: il patrimonio , prima del matrimonio, il sesso esibito "gioco sporco", la "cura" del maschio imbelle , incapace di tutto, e infine la fedeltà.


lunedì 18 giugno 2012

Piante e piantastre. Salviamo la ricerca



Martedì 12 giugno inizierà la dismissione dei campi sperimentali dell’Università della Tuscia in cui erano coltivati alberi di olivo e di ciliegio, e alcuni filari di kiwi transgenici. Le piante verranno fatte seccare con appositi prodotti chimici, e conseguentemente distrutte. Gli esperimenti, iniziati in campo aperto nel 1998 da una ricerca pubblica avviata nel lontano 1982, potrebbero consentire di selezionare varietà resistenti a diversi agenti patogeni, come funghi e batteri.La riduzione dell’uso dei pesticidi in agricoltura, che tutti auspichiamo, passa anche attraverso lo sviluppo della ricerca scientifica in questo settore. Purtroppo gli esperimenti non hanno ancora dato risultati apprezzabili, dato che le piante arboree hanno bisogno di molto tempo per crescere. Anche per questa ragione pensiamo che la distruzione delle piante vada assolutamente evitata: non è possibile interrompere un esperimento del genere e riprenderlo, magari tra qualche anno, dal punto in cui lo si è lasciato. Fermarsi ora significa, letteralmente, buttare al vento decenni di ricerca pubblica finanziata con i soldi dei contribuenti italiani. Una prospettiva a nostro avviso sconvolgente.
E' l'appello dei biotecnologi Italiani che non sono  i nipotini di Frankenstein ma gli eroici superstiti di uno dei tanti  comparti di cui un tempo fummo all'avanguardia. Che abbiamo lasciato in balia di alterni governi tutti segnati dal condizionamento ambientalista e che oggi mettiamo a disposizione perchè ne sradichi le ultima speranze a Mario Capanna. 




No dico vi rendete conto? Ci sono alberi e alberi, siccome questi alberi di ciliegio e questi Kiwi sono figli degeneri della sperimentazione scientifica, come avviene da che esiste la storia delle culture...li ammazziamo e ci priviamo di una possibilità di futuro.


Io ho firmato anche se non servirà chè lo sradicamento sta già avvenendo.

lunedì 11 giugno 2012

I "gruppettari" della rete e Morozov


Pensa e ripensa, non sono d'accordo. Su che cosa dite ? Ma su quello di cui già dicevo suscitando alzate di cigila in un post precedente. Non tanto sul tema delle nomine , ma su quanto male possa fare al paese la tribù dei cyber entusiasti trasformandosi in  "internettari" come già avvenne per i "gruppettari" dei tempi analogici. Questi ultimi, per i nativi digitali che non c'erano, segnarono il passaggio negativo dalla fase delle potenzialità liberatorie degli anni sessanta alla ideologizzazione e politicizzazione di un movimento di liberazione che divenne principalmente e confusamente ideologico secondo paradigmi estremi e inconcludenti. Intellettuali, partiti soprattutto di sinistra, mass media definirono una cornice comunicativa che era comunque segnata da presunzioni e culture ideologiche, antagoniste a volte classiste, a volte ribelliate, ma senza lascre segni durevoli di capacità critica nel sistema educativo e nella cultura tranne che in due casi: la lotta delle donne (che infatti si affermò fuori dal contesto ideologico e fu duramente contestata dai gruppettari) e quella per i diritti civili.
Per tornare alla mia critica della "retiologia", Alfonso Fuggetta spiega bene perché non può esistere né un popolo della rete, né un candidato della rete. Prima di ieri avevo letto diversi articoli di Evgeny Morozov dopo le prime "rivoluzioni su internet", mi infastidiva come ai gruppettari ( oggi a braccetto coi markettari digitali ed i guru della comunicazione politica on line)  il tono ipercritico e distruttivo pur trovandoci non pochi stimoli. Quando una cosa ci affascina ce ne innamoriamo. Per questo confesso abbiamo aderito ad appelli tipo "I love internet". Ma a ben pensarci non proporremmo per il nobel la nostra pur meritevole fidanzata, se c'è in campo un dissidente cinese. Ho letto invece il suo libro (maldetto dai fiduciosi di tutto il mondo e tecnofili come io sono)  sulla  e dopo la battaglia che ha infuriato sulla rete a proposito di trasparenza, nomine e candidati della rete. 
Senza tediare oltre sul passato, il rischio è i gruppettari retaioli (non tutti e non sempre), che trovano i loro supporter ovunque a seconda delle convenienze, essendo anche le coscienze più vigili ed attive disperdano le potenzialità critiche ed innovative riducendo tutto allo stesso formato, senza capacità critica e autocritica. Proprio come i comunicatori e i politici analogici. Dividendosi negli stesso schemi tribali.
Allontaniamoci per un attimo dai quartieri bombardati della casta nostrana e della politica che sugli scaffali Feltrinelli e Mondadori fanno tutt'uno. Guardiamo al mondo. Twitter ha aiutato la rivoluzione in Iran? Ora in Iran come vanno le cose?  Le rivoluzioni "aiutate" da internet nel medio oriente stanno facendo progredire quelle società? Fiorisce o no la primavera digitale? Ammesso che internet sia l'arma di distruzione pacifica è una arma di costruzione ?  La grande promessa della digital diplomacy è una importante idea, ma non nasconde anche una debolezza, una difficoltà a trovare spazi e punti d'appoggio per il gigante americano nella vicenda mondiale. Morozov spiega punto per punto che internet è importante come e più della tv o dei volantini dei samizadat, ma né quelli né questo hanno fatto la differenza.  Non doiatemi amici digital. Il Cyber wall non verrà rotto dai cyberideologi né dai cyber attivisti , ma da una cultura critica specifica. Così come gli esiti delle rivoluzioni nell'est europeo e post sovietico non sono sotati unanimi né del tutto dovuti a Voice of America. Soprattutto la forza di internet e degli social media non è destinata a servire solo le forze dell'apertura e della liberazione, ma anche quelle opposte della oppressione. Ciò è vero anche a prescindere dalla buone intenzioni. Se chiediamo a qualunque "guru" di internet (ce ne sono in ogni palazzina), ci dirà che nessuno ha mai dett questo. Morozov invece dimostra citando autorevolissime fonti, soprattutto dei media tradizionali che è stato tutto un definire entusiasticamente, non in un convegno ma nei titoli di prima pagina la cyber rivoluzione, cyberfreedom, la libertà  come "solo" la libertà di internet.  Si piglia un po' tutto l'armamentario da guerra fredda dei liberal e anche quello dei conservatori in chiave antisocialista ci si appiccica digitale o cyber, dopo aver messo la barba dei pasdaran o il cilindro da capitalista al nemico si ricomincia. Senza capire che ogni realtà nel mondo del soft power fa storia a se. Una e-mail sbagliata può dare la sensazione che i giovani nazionalisti anti teocratici siano manipolati dal Pentagono attraverso Twitter.  In Cina e in Russia si fanno dalla gran risate quando sentono cire che la tecnologia e la Tv hanno sconfitto il comunismo. Milioni di giovani si "intrattengono" mentre qualche migliaio ancora si informa sui social media. In poche parole parliamone, ma non dovremmo farla cos' facile anche quando si tratta di grandi questioni globali . Costrure la democrazia difendere la libertà perte sempre dalo sforzo di mantenere uno spirito critico e dalla capacità di costruire soluzioni.

da Robinson Crusoe su Nomine RAI

Fiducia nonostante le lobbies interne, autoriferite e politicizzate della Rai

 
 

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tramite Robinson Crusoe di info@crusoe.it il 10/06/12

"Monti ha una banca al posto del cervello" (Santoro) – ma si sa che  in quanto ad understatement nessuno batte il tribuno di Salerno - "guardano poco la tv e leggono solo giornali economici" (Freccero) , "il nome del direttore generale spetta al consiglio di amministrazione" (Giulietti-Vita).

 

Non ci risulta che i vertici delle grandi società debbano obbligatoriamente vantare esperienze nel settore (gli esempi si sprecano) e accade nel mondo normale che l'azionista indichi il capo della gestione operativa (la ratifica del cda è atto formale).

Le reazioni danno piuttosto la misura di come queste nomine RAI abbiano toccato la corporazione politico-giornalistica che sulla cattiva gestione della RAI si è conquistata rendite ingenti (o con contratti milionari o con la gestione del potere interno e nei rapporti con la politica).

Se è vero che la spinta innovatrice del governo si era appannata e la depressione (non solo economica) si stava diffondendo qui, almeno per Crusoe,  c'è un recupero alla grande.

Adesso ci aspettiamo che la nuova governance migliori conti dell'impresa e servizio offerto. Siamo fiduciosi. 

 


 
 

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venerdì 8 giugno 2012

Se Atene piange, Sparta non ride

Condivido molto questo post di Fuggetta

 
 

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tramite alfonsofuggetta.it di Alfonso Fuggetta il 06/06/12

Le nomine AGCOM sono state fatte e, giustamente, in rete si susseguono commenti negativi sul metodo utilizzato e sulle scelte che sono state fatte (per lo meno, la gran parte di esse). Per certi versi, è fin facile oggi prendersela con i politici. In effetti, stanno facendo di tutto per inimicarsi i cittadini e per contribuire all'ondata di qualunquismo che ci sta assalendo. Ma io non credo che i problemi stiano solo da una parte. Per questo, vorrei parlare non dei politici (ne parlano già tutti), ma del cosiddetto "popolo della rete" di cui tanto si è parlato in questi giorni.

In questa vicenda, ciò che viene chiamata in modo improprio e sbagliato "la rete" (ci torno) ha dato una prova di notevole immaturità. Lo scrivo ora che le nomine sono state fatte perché non volevo in alcun modo danneggiare alcuni dei nomi che sono stati "proposti dalla rete", né volevo dare spago alle spinte più conservatrici che sono contrarie a qualunque tipo di innovazione. Ma se certi metodi della vecchia partitocrazia e delle "classi al potere" non sono certo da lodare, non mi pare abbiano brillato (eufemismo) nemmeno i metodi che vengono proposti "dal nuovo che avanza". Cerco di spiegarmi andando con ordine. 

Il ruolo di AGCOM

AGCOM non è il parlamento, non è il governo, non è il ministero per lo sviluppo economico, non è l'agenzia dell'innovazione (o quella nuova che sembra vogliano fare) e non è il ministero della ricerca. AGCOM è una autorità garante che deve fare certe cose e non altre.

| AGCOM | Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni: "L'Agcom è innanzitutto un'autorità di garanzia: la legge istitutiva affida all'Autorità il duplice compito di assicurare la corretta competizione degli operatori sul mercato e di tutelare i consumi di libertà fondamentali dei cittadini. In questo senso, le garanzie riguardano: gli operatori, attraverso: l'attuazione della liberalizzazione nel settore delle telecomunicazioni, con le attività di regolamentazione e vigilanza e di risoluzione delle controversie; la razionalizzazione delle risorse nel settore dell'audiovisivo; l'applicazione della normativa antitrust nelle comunicazioni e la verifica di eventuali posizioni dominanti; la gestione del Registro Unico degli Operatori di Comunicazione; la tutela del diritto d'autore nel settore informatico ed audiovisivo. gli utenti, attraverso: la vigilanza sulla qualità e sulle modalità di distribuzione dei servizi e dei prodotti, compresa la pubblicità; la risoluzione delle controversie tra operatori e utenti; la disciplina del servizio universale e la predisposizione di norme a salvaguardia delle categorie disagiate; la tutela del pluralismo sociale, politico ed economico nel settore della radiotelevisione. Pregiudiziale a ogni altro obiettivo è stata tuttavia e continua a essere l'innovazione tecnologica, destinata ad arricchire il quadro delle risorse disponibili, a innestare nuovi processi produttivi, a favorire la formazione di nuovi linguaggi e l'alfabetizzazione dei cittadini verso la società dell'informazione."

Per quel po' che capisco, AGCOM non definisce le politiche del paese in tema di Internet e di comunicazione. Quello è un compito del parlamento. Chi è nominato in AGCOM non deve avere programmi se non il pieno commitment a far rispettare le leggi e le norme italiane e europee. Eppure in questi giorni era tutto un fiorire di quelli che chiedevano "programmi" e "impegni". Ma che programmi e impegni!?! Io voto i membri del parlamento in base al programma che mi dicono e assegno loro il potere di legiferare a mio nome. Sono i parlamentari che devono definire programmi e leggi, non i membri dell'AGCOM. Macché, su questo, con una retorica facile e incompetente che squalifica la rete, si è detto tutto e il contrario di tutto.

Esiste "la rete"? No, esistono persone che stanno in rete

L'ho scritto in un tweet giorni fa

‪#isday‬ non esiste il "popolo della rete" inteso come voce univoca. Esistono persone e idee, e la ricchezza che nasce dal loro confronto.

Chi e cosa definisce "il popolo della rete"? Un hashtag? I TwitterID? Il numero di "followers" cioè di "seguaci"? Ma che credibilità e sostanza hanno questi ragionamenti? Se mille persone, anzi "utenti Twitter", retwittano un tweet questo ha valore rappresentativo? Ovviamente, questo fatto può indicare una posizione emergente o rimandare ad un movimento di opinione. Ma nulla di più. Quando leggo che qualche migliaio di tweet rappresenterebbero "il popolo della rete" mi viene da dire che o si tratta di pura ignoranza, o di una colossale superficialità (in buona fede), oppure di sfruttamento dell'ignoranza altrui. 

Le "candidature della rete" e quelle dei politici

Se così è, che senso ha parlare delle "candidature della rete"? Nessuno. Non ci sono candidature della rete. Ci sono candidature create da alcune persone che hanno utilizzato i canali di Internet per promuoverle. Tutto assolutamente legittimo, ma non è accettabile che vengano caratterizzate come se fossero le candidature di un intero ecosistema, che mai si è espresso e che mai probabilmente potrà esprimersi come tale. Ci sono gruppi di persone che organizzano eventi, attività, si candidano, fanno lobby, promuovono legittimamente le proprie idee e per farlo usano anche gli strumenti di Internet. That's it. Tutto il resto è strumentalizzazione, a volte in buona fede, a volte no.

Per certi versi, quindi, è paradossale accusare i "partiti" di abusare della loro posizione. Certamente, c'è una differenza tra "partiti" e "parlamento". Ma comunque, gli "eletti" hanno un mandato popolare a scegliere e legiferare in nome nostro. Poi possiamo dire che stanno svolgendo questo "mandato" in modo pessimo. Ma questa è una valutazione di merito che non inficia la loro legittimazione ad operare. Al contrario, chi ha detto che tizio o caio sono i "candidati della rete" o della "società civile"? Da chi è venuto questo mandato? E come si è espresso? Possono essere candidati degnissimi. Ma chiamiamo le cose per quello che sono: sono candidati di qualcuno, non "della rete". 

Che poi i partiti abbiano dimostrato ancora una volta di operare secondo modalità che è meglio non commentare è del tutto evidente e lo voglio ripetere per evitare polemiche pretestuose o fraintendimenti. Ma questo non cancella o attenua gli errori che sono stati compiuti sul nostro fronte.

Trasparenza e candidature

In generale, si sono confusi due piani: la trasparenza nel processo di selezione e la scelta di specifici candidati. Non è assolutamente detto che combattere per la trasparenza nelle nomine voglia dire necessariamente sostenere questo o quel candidato. È stata fatta una commistione che non ha giovato né all'una, né all'altra causa. 

Onesti e disonesti, competenti e incompetenti

"In questo mondo di ladri" (come cantava Venditti) e di incompetenti (come diciamo in molti), è ovvio che vorremmo tanto che in posizioni di responsabilità come l'AGCOM siedano persone oneste e competenti. Ma come si è sviluppato questo dibattito "sulla rete"?

Sulla competenza ne ho viste di tutti i colori. Ma in particolare, ho notato che troppo spesso si confonde "competenza" con "onestà". Ebbene, ho visto nomi di persone certamente oneste ma che secondo me non sanno nemmeno come sono fatti gli indirizzi IP o cosa sia il peering.

Ho visto nomi proposti "dalla rete" che facevano a gara, come incompetenza, con quelli delle peggiori esibizioni partitocratiche. Magari sostenute con motivazioni anche nobili, ma assolutamente improprie come "il genere" o altro. Certo che non ci devono essere discriminazioni per esempio verso le donne. Ma non è che un commissario lo si sceglie perché è donna e dice che bisogna promuovere l'innovazione e Internet. Serve "qualcosina" in più ed è un "qualcosina" che pesa.

Si dirà che "sono meglio di quelli che c'erano prima o proposti dai partiti". Magra consolazione: facciamo a gara a chi fa meno pena?

Il processo aperto di sottomissione dei CV

Ne scriveva Alessandra Poggiani.

Dove vanno a finire i curriculum per l'Agcom? – Chefuturo!: "Tuttavia, anche questo cambio di rotta rischia di essere solo un diversivo e nulla più di uno specchietto per le allodole. Infatti, non esiste nessuna procedura di selezione: non si sa come e a chi inviare i CV, tutto passa solo dalle pagine dei giornali o delle testate online specializzate sul tema, né sono stati stabiliti criteri di accesso alla selezione o requisiti per le posizioni vacanti."

Presi dal furor sacro della "trasparenza" e dell'apertura, ad un certo punto si è scatenata la bagarre della presentazione dei curriculum. Senza che ci fosse stato un accenno di processo trasparente e chiaro, ad un certo punto è partita la gara della sottomissione non si sa di cosa e non si sa a chi. Se mi è permessa un po' di cattiveria, mi è sembrato un misto tra un passaparola ("ma tu non lo mandi il CV?") e il "votantonio" di Totò.

Ma è così che cambiamo le regole in un paese che ha dei processi poco trasparenti e per di più per delle posizioni che dovrebbero proprio tutelare il rispetto delle leggi e della trasparenza? Abbiamo fatto male quello che si poteva fare male.

Morale

La rete è una cosa seria, un'opportunità straordinaria per il nostro paese. Ma se vogliamo che non sia strumentalizzata o peggio ignorata in quanto poco significativa o squalificata, dobbiamo essere innanzi tutto noi "netizen" ad animarla e viverla in modo maturo e responsabile, evitando proprio tutte quelle patologie che stanno portando il nostro sistema politico alla sfascio: superficialità, poca trasparenza, strumentalizzazioni, …

È un dovere di tutti coloro che dicono di volere bene alla rete e di tenere al suo sviluppo. Altrimenti, volenti o nolenti, magari in buona fede, non facciamo altro che sprecare l'ennesima occasione di sviluppo per il nostro paese.

P.S.: Non esprimo pareri sugli eletti, perché ci tengo a non confondere i diversi piani del ragionamento. Qui volevo parlare di come "la rete" si è comportata. Avremo altre occasioni per parlare degli eletti.


 
 

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giovedì 7 giugno 2012

Il riflesso condizionato sulla casta





Il generale disappunto sollevato sulle nomine AGCOM e dell'autorità Garante della Privacy mi sembra frutto di un potente riflesso condizionato. Nelle intenzioni di chi ha istituito le autorities c’era quella di “garantire” il mercato e la sua trasparenza verso tutte le sue parti. Mettendolo al riparo dal fatto  che il governo intervenisse “sul e nel” mercato oltre le leggi. Intenzione liberatoria e modernizzatrice che in Italia ha funzionato molto parzialmente, semmai s’è poi trasformata con il proliferare delle autorities, in iper-legislazione, iperregolazione, e persino in funzioni suppletive di politica industriale, prima ancora che in difesa di parte. Tanto più folle per il mercato delle telecomunicazioni eminentemente transnazionale, dannatamente dinamico in ogni senso. Ed il mercato si sta prendendo la rivincita su tutti i “regolatori a comando” e delle regole “all’insaputa” del mercato. Queste degenerazioni hanno suscitato più di un sospetto sul loro funzionamento e utilità. Ma è un dibattito che nessuno di noi ha voluto aprire: non si è  ha parlato di unificare le autorities, di cambiare la legge anche sulla parte incompatibilità o introdurre una minore durata,  semplicemente si è riproposto, tra le tribù on line lo stesso frame comunicativo  della carta stampata e degli schermi televisivi. Politici che non si mettono d’accordo: incapaci.  Politici che si mettono d’accordo spartitori e ladri. Bella forza. Nessuno che chiedesse ai partiti cosa avessero intenzione di fare, con chi e perchè. Siamo partiti col “candidato della rete”, poi le quote rosa e infine le dichiarazioni preventive sul programma. Salvo poi riconoscere che alcuni sono molto competenti. I curricula sono arrivati tardi? Ma sono on-line da anni. Sono insufficienti (quali?). Sono politici? I presidenti delle autority  sono stati tutti eletti dai partiti e alcuni erano parlamentari di lungo corso. Alcuni migliori di altri semmai.  La crescita della cultura e dell’apertura digitale non ha bisogno di una politica assente, ma di una politica nuova che sappia scegliere, che aumenti gli spazi di mercato, di innovazione, di impresa e limiti quelli della presenza statale nella vita dei cittadini. Negli States il Presidente li sceglie con al massimo tre commissari dello stesso partito (spartizione!) ed il Senato ratifica interrogando a quel punto gli indicati. In UK Ofcom dipende dal governo. Parafrasando Marx (Groucho) io  non delegherei mai ad un club di net-addicted che mi accetta tra i suoi membri le sorti delle TLC e Tv in Italia. Tanto più che vedendo gli eletti mi sembra sia andata molto meglio dell'altra volta. In questo campo come sulla privacy si dovranno affrontare problemi inediti per aiutare a creare e competere nel mondo digitale: la soluzione  non sta nei proclami pro pro o contro Acta, o Fava, e nemmeno di quelli  contro i pirati, contro gli Over The Top, contro i Telcos o per un’ Hadopi. Il  Parlamento definisca presto regole semplici e dinamiche, certo in rapporto con la società o gli stakeholders che verificano, contestano o  chiedono cambi radicali. Una volta deciso, a vigilare ci deve essere soprattutto gente competente ed esperta. L’indipendenza dipende dal mandato, dal pluralismo , dall’autorevolezza e competenza, oltre che dal fatto che questi signori e signore, equiparabili a magistrati elettivi, ascoltino tutti i pareri per deliberare. E’ qui che si deve esercitare un controllo costante e motivato. Trasparenza? Opendata per tutta la loro  attività, regolari audizioni interattive e introdurre l’obbligo di relazionare in Parlamento anche in occasione di una legge annuale sull’agenda digitale come qualcuno ha proposto. 
Un segnale di discontinuità? Forse sarebbe bastato spiegarsi meglio e con coraggio

PS per chi paventa il precedente per la Rai

Se la trasparenza dipende dal “voto in rete”, abbiamo già risolto il problema Rai: Santoro organizza un’altra “raiperunanotte”  intitolata “il curriculum” e fa l’amministratore unico 

PPS immagino che i sostenitori delle #quoterosa sostengano Augusta Iannini alla presidenza. O no ?

lunedì 4 giugno 2012

Paola Concia vince sportivamente su twitter


Perchè Anna Paola Concia è al primo posto nelle classifica stilata da il Sole 24 ore  degli onorevoli più attivi su twitter ? Semplicemente perchè fa più tweets ..direte. O perchè qualcuno glieli scrive. Basta scorrere la sua timeline per capire che è lei : interviene spesso, dialoga, s'arrabbia, risponde spesso agli interlocutori, qualche volta polemizza. Dalla foga e dagli errori di battitura e da qualche intemperanza si capisce benissimo che non è uno staff. Perchè allora nonostante il buon numero di seguaci e la sua notorietà non è tra i più "influenti"? E perchè quelli che sono "influenti" (cioè che hanno molte citazioni e followers) non fanno che pochi tweet? Beh per una ragione speculare: il taglio scelto da molti dei "leader" su twitter è quello del "broadcasting one way" cioè asserzioni, link, brevi linee, qualche piccolo scoop azzeccato (la foto di Casini), ma conversazioni poche o rigorosamente "tra" loro o con giornalisti eminenti. In qualche caso si svolge un servizio dall'interno, ma non parlando solo di sè stessi: come Andrea Sarubbi con #opencamera e Aleassandro Maran con la sua rassegna internazionale ed allora ha meno tempo per dialogare.
Qui c'è un aspetto chiave:  dall'altra perte della barricata chi segue molte persone e interloquisce lo fa per informarsi, insomma impara (non insegna) e anche per questa funzione twitter è utilissimo ai politici come ai comuni mortali. Chi segue poche persone si informa meno. Per la stessa ragione non bisognerebbe mai vantarsi di avere tanti followers, non solo perchè si possono anche comprare, ma anche perchè non tutti siamo Fiorello o Lady Gaga. Dietro però alle numerose citazioni che fanno i followers rivolgendosi agli influenti c'è dell'altro: un tentativo di interagire, per le più diverse ragioni, di dialogare, di avere anche delle risposte. Non sempre vengono accontentati. Twitstalkers a parte, se non si riceve mai risposta è perchè  molti tendono, anche usando un mezzo nuovo e trendy, fondato sulla conversazione a ripetere lo schema analogico del comizio o dell'editoriale in 140 caratteri. Non ci vuole un guru per capire quello che è vero anche off-line: parla meglio ed è più credibile chi ascolta anche. Usa meglio la rete chi usa le due direzioni comunicative.
Così come capita che ci sia, tra i politici, anche chi capisce che la spesa è meglio andarsela a fare da soli,  piuttosto che farsela portare, qualcuno capisce anche che non servono imbellettamenti o team di esperti: magari se si chiacchiera di più  con le persone si capisce qualcosa, così anche su Twitter chi ti risponde ogni tanto fa bene a sè ed al paese, come fa la Concia
In verità ne ho conosciuti anche altri, speriamo sempre di più.

venerdì 1 giugno 2012

Elezioni, lobbying, comunicazione..è ora di cambiare !


Ho avuto la sensazione in questi giorni di un cambiamento inesorabile. Non c'è più italietta che tenga. O meglio l'Italietta è fortissima ma non terrà lo stesso.
Le elezioni hanno segnato un distacco definitivo dal rapporto tradizionale tra società e politica: vale poco trovare nuovi argomenti contrari al sistema dei partiti. E' come sparare sulla croce rossa, solo che  in questo caso non c'è più a bordo nessuno.  Non vede chi non vuol vedere e povero lui. Nemmeno i segni di quel che tutti abbiamo condiviso dicono più nulla. Le metafore della resistenza, dell'unità nazionale, dell'eguaglianza, dello Stato benevolo. Tutto è spalmato e assorbito da una grande sfera gelatinosa per il mondo. Anche positivamente, o anche no. Con molte altre storie e mondi e popoli di mezzo. L'eterna Ghirlanda Brillante, gli assiomi conoscitivi autoavverantisi sono dispersi nella complessità nel sistema retificato della conoscenza. Il mondo non è solo a rete, è quantico. Todo depende e muta, complesso, continuamente. Dalle stesse premesse possono derivare due verità opposte
Così la comunicazione è il vero potere, non come tool, mezzo, paradigma, ma come spazio pubblico di competizione, rappresentanza , auto-comunicazione compresa. E' produzione e decisione
Allora i comunicatori non esistono, esistono dei creatori i makers : di senso e potere E non sono separati dalle persone : spesso sono le persone che fanno il lloro palinsesto. Al massimo ci sono degli hub intelligenti. vale per i consulenti politici, vale per i lobbisti che in fondo sono questo attori di interessi e produttori di politiche. Con una sottrazione: nè la società nè la decisione si riducono alle istituzioni (intese come tutto ciò che è istituito)m dunque la nostra spinta a influenzare decisioni attraverso nuove leggi e regole non è più fitted for the present. Crea pastoie e istituisce cornici fittizie in cui le cose non accadono: perchè gli stati sono destrutturati, come le aziende, multiformi, decentrati ed insieme connessi. Abituiamoci a "fare" per comunicare e ad ascoltare per decidere e fare accadere le cose. Internet al sua velocità , la sua globalità, la sua facilità di accesso e ubiquità è l'ambiente in cui viviamo. I cambiamenti li fanno le persone, ma mai anche le tecnologie agiscono su sè stesse e su di noi. E' un dato sociale. Prendiamone tutti atto al centro ci sono individui sempre più liberi..il nostro compito è aiutarli ( a aiutarsi) a risolvere i lor problemi a raggiungere le proprie aspirazioni: non snobbare la felicità in questi tempi di crisi.
Scusate gli svoli