giovedì 31 marzo 2011

La linea del Piave di un'Italia in crisi

L'enfasi messa da Tremonti, e accompagnata dal plauso quasi tutti i commentatori politici sull'esigenza di difendere le aziende nazionali considerate strategiche (quali? quante ? quando?) è davvero curiosa. In qualche post risulta contraddittoria e nell'analisi di Macchiati su Crusoe.it il problema è l'opposto: non si attraggono investimenti.
Fate voi...a me semba un'altro imbroglio Italiano

mercoledì 30 marzo 2011

Google Quarterly

da Anteprima Blog La velocità è la vera "killer application" è sempre stato uno dei punti chiave del pensiero Google
Per questo la apparizione di un magazine per riflettere , prendere respiro, approfondire come Think Quartely, ideato da Google UK è una novità. E' stampato e inviato in poche copie per clienti e curiosi pensanti E' disponibile gratis in vari formati. In un mondo reso migliore, più vasto e ricco ma anche più impegnato e affannato dalla disponibilità di tanta informazione e dati . I dati sono i veri eroi del presente e del futuro.
E' una scelta in linea con le ultime novità e vengono intervistati alcuni dei campioni del nuovo trend del gigante mondiale della ricerca e dei servizi web based. E' già sato scritto che Google non è solo divenato più grande, è anche cresciuto. A gennaio il cofondatore Larry Page è diventato CEO sostituendo Schmidt. Nessuno si è impressionato o ha pensato male. Anzi è sato considerato il segno di una evoluzione da parte dei fondatori. Una compagni più grande che vuoe restare ambiziosamente innovativa, rivoluzionaria, ha bisogno di più resposnabilità. L'Ingresso dell'econometrista Hal Varian come Chief Economist, ha fatto subito scuola. Interviste e argomenti sulle next things o challenge per il mondo sono iil sale di questo magazine. Tutto ruota intorno ai dati, all'enprme sconfinate possibiltò che aprono , se aperti e accessibili i dati. Il mondo dei dati consente di predire e guidare l'economia del presente (Hal Varian). ha bisogno di una nuova mentalità nel business e nelle scelte di governo, come propone un altro personaggio chiave reso famoso dal Think Tank Ted è Hans Rosling : medico e statistico che con il software Gapminder propone una nuova mentalità basata sui fatti che solo un certa "visione grafica" può sostenere.
Il tutto con una selezione stupefacente di "bei numeri" , di siti statistici , informativi, belli e appassionanti fondati sull' "information is beautiful" . (qui vedete da information is beautiful una versione della piramide delle radiazioni e dei loro effetti in diverse condizioni che chiarisce molto a proposito di rischi)
Massimo Micucci

sabato 26 marzo 2011

Provo a semplificare per Vostro Onore

 
 

Inviato da buzzico54 tramite Google Reader:

 
 

tramite manteblog di massimo mantellini il 23/03/11

I motori di ricerca non sono umani. Sono come i tasti e il display di una calcolatrice, producono risultati basati su uno schema predefinito. E quindi non sono etici in nessun modo. Da quel poco che si capisce la condanna odierna di Yahoo, colpevole secondo un giudice romano di aver linkato siti web dediti alla pirateria cinematografica, non sarebbe tanto quella di aver prodotto simili suggerimenti, ma di non aver provveduto ad eliminarli una volta che il loro contenuto era stato segnalato dai detentori dei diritti. Ora – se le cose stanno in questi termini – ci vorrebbe uno bravo per spiegare al signor giudice che se il motore di ricerca diventa un normale produttore di contenuti editoriali (chiamati per l'occasione link) e deve esercitare una qualche giurisdizione illuminata su milioni di risultati continuamente aggiornati, il motore di ricerca muore. E dentro una simile miopia ci perdiamo tutti, io, lui, l'altro e Vostro Onore compreso. Mentre il pirata, bello bello, da tutt'altra parte, resta.


 
 

Operazioni consentite da qui:

 
 

venerdì 25 marzo 2011

Giudici internet politica e futuro


Mi scuso per la lunga assenza : ho dovuto dedicarmi a tanti bei progetti , tra cui www.processomediatico.it, qualche appello su The Front Page e quindi, nella mia giornata digitale il blog s'è assopito. Oggi vale la pena riprendere per una buona preoccupante ragione. La sentenza del Tribunale di Roma che impone a Yahoo la rimozione dai risultati di ricerca di tutti i link a siti riproducenti in tutto o in parte il film "About Elly," diversi dal sito ufficiale. A termini di legge i contenuti soggetti a copyright vanno rimossi su segnalazione quando sono forniti da servizi di web hosting, cioè contenuti da qualche parte un sito, un blog o i server di You Tube. Quanto ai motori di ricerca invece la rimozione su richiesta può avvenire solo se il contenuto è stato rimosso o se si riceve indicazione dalla autorità giudiziaria. E naturalmente come sempre quando c'è un buchetto nelle leggi, un giudice si infila e ci cambia la vita. Decide che quel che vale per un sito, vale anche per tutti i siti indicizzati solo perchè lo dice il titolare del diritto. Il giudice Muscolo si occupa di diritti d'autore da tempo , argomento assai importante per tutti gli aspetti immateriali delle nostre industries, e in una parte sembra fare la differenza tra caching provider e hosting provider, tra chi riflette una traccia per raggiungere il sito e chi "ospita" un contenuto. Invece l'accertamento secondo l'ordinanza avviene per esclusione di tutto quello che non è riconducibile a.... Il giudice non accerta che sia stato commesso un reato, ma esclude chi lo puo commettere da internet attraverso i motori di ricerca. Ha ragione Guido Scorza : i motori di ricerca e social network sono interfaccia, autostrade, strade e stradine di internet che portano in milioni di posti. E' come se si decidesse di bloccare l'accesso a un negozio perchè un cliente ha dichiarato che vende merce contraffatta. Come se si bloccase Via Cola di Rienzo perchè Armani è certo che su quella strada si disporranno dei venditori di borse contraffatte. Per di più se il motore sbagliasse a rimuovere perchè successivamente viene accertato che l'uso del contenuto era appropriato , sarebbe responsabile di una violazione dei diritti del sito o di censura preventiva.... Tra l'altro per sgombrare via Cola di Rienzo dagli abusivi ci vogliono i vigili , non possono farlo nè i negozianti, nè i netturbini anche se glielo chiede Armani. I colleghi lobbisti di Open Gate, che legittimamente difendono gli interessi della PFA e della associazioni antiprateria, hanno ritenuto opportuno farlo in sede giudiziaria, per poi arrivare alle aule del Parlamento. Hanno avuto un ottimo risultato dal punto di vista dell' enforcement militare. Le vittorie nelle aule di tribunale in questo paese sono spesso il segno di una carenza della politica, come lo sono i conflitti che divengono ideologici. Pur lavorando anche per società di content e service provider, (parlo qui a titolo personale) non consiglierei ai miei clienti di fare lo stesso e di scendere in campo per una crociata di libertà assoluta a colpi di sentenze. Anche perchè gli stessi service providers vivono più di soldi da contenuti coperti da diritti che di siti deviati. Penso però che tutelare l'industria del cinema e dei contenuti, come si fa in Italia solo con le tasse sulla benzina , i giudici e bloccando in nome della pirateria la crescita di internet è una scelta masochista. Una ragionevole discussione su come garantire l'espansione di nuovi canali e business al lavoro degli autori sarebbe la cosa migliore. Se non fosse così , a malincuore consiglierei di chiudere baracca, almeno qui da noi.
PS mi viene in mente adesso. Pensate se Berlusconi chiedesse di disindicizzare tutti i link che puntano a siti o social network che recano offese, minacce o diffamazione su di lui. Per non dire delle canzoni sue e di Mariano Apicella

domenica 20 marzo 2011

The Revolt of the Creative Class

 
 

Inviato da buzzico54 tramite Google Reader:

 
 

tramite Creative Class di Richard Florida il 04/03/11

Some have already taken to calling the events in the Middle East "the Arab 1848." Future generations, perhaps, will talk about the "spirit of 2011" when the ground begins to crumble beneath their own autocracies.

But are the same factors at work today as they were in past revolutionary surges? Some are undoubtedly similar – throngs of disgruntled people have taken to the streets, questing for freedom and economic opportunity.  Others, like the use of social media from YouTube to Facebook and Twitter, are undoubtedly new and different.  Do the unfolding events of 2011 fit with our existing understanding of revolution or might they warrant updating?

By far the most influential and infamous account of revolution comes from Karl Marx. In The Communist Manifesto, authored with his benefactor and collaborator Frederich Engels and published in the real 1848, Marx argued that that revolutions are an inevitable and necessary outgrowth of economic development.  The rise of industry and of an emergent capitalist class upended the old feudal order while ushering in a new more dynamic but inherently unstable capitalist system. As the capitalist class rises to new heights, Marx wrote, the working class is simultaneously expanded and immiserated, sowing the seeds of the next revolutionary impulse and its own demise.

Revolution = size of working class, exploitation of working class, working class consciousness and organization  (working class papers, trade unions, labor parties).

Many alternative accounts of revolution have been proposed since Marx's day. In nations where capitalism emerged early, the rising bourgeoisie was able to secure a power base independent of the aristocracy and usher in a process of gradual democratization, according to Barrington Moore classic, The Social Origins of Dictatorship and Democracy. Countries whose economies developed later were more likely to undergo abrupt transformations. Students played a key role in the revolutionary uprisings of 1968; the same era saw the rise of the civil rights movement in the United States and of the women's and gay liberation, environmental, and anti-war movements in the advanced nations.  These "new social movements" came to be seen a new driving force behind political activism.

The uprisings of 2011 however owe much of their impetus to the working class and labor movements as well as young people and students, according to the Middle East expert Juan Cole. Rising unemployment rates, stagnant wages and falling living standards prompted blue-collar workers to return to the barricades.

But a new generation of techies, social media types, and digitally savvy professionals have also played a visibly important role. Wael Ghonim, the Google executive who became the public face of Egypt's uprising, is the veritable archetype of this Creative Class, spanning science, technology and engineering professionals, management and business executives, doctors, health care professionals and lawyers, as well as arts, culture and media workers.  In an emotional interview recorded immediately after his release from detention, Ghonim pointed explicitly to the role that Facebook and YouTube music videos played in Mubarak's ouster. "We're the youth who loves Egypt," he declared, "And we did this because we love Egypt." Intellectuals and artists as well as students have long participated in revolutionary movements, but usually in subsidiary roles. This time creative class members are part of the vanguard.

In identifying the creative class role, I do not intend to diminish the role of unions and various other political, religious and social movements that have driven this and other seasons of revolution. I simply aim to call attention to this key factor that has become increasingly salient to the surge of revolutionary activity occurring today.

Using data from the International Labor Organization, the map below charts the percentage of the workforce in the creative class in the Middle East and around the world.

The highest percentages of the creative class –in the range of 40 to 45 percent – are found in wealthy, advanced nations like the Netherlands, Singapore, Australia, Scandinavia, Belgium, Germany, the United Kingdom and Canada.  Egypt's creative class comprises roughly a third (33.1%) of its workforce, on par with the United States (34.8%). Only Israel – where the creative class makes up 40 percent of the workforce – has a higher creative class share in the Middle East.  The creative class looms larger than one might expect, numbering one in five workers in Saudi Arabia (23.2%), the United Arab Emirates (UAE) (22%), Qatar (21.8%), Syria (21.8%) and Algeria (21.4%). These levels are higher than in the rapidly growing nation of Brazil (18.4%) and roughly triple that of China (7.4%), the world's second largest economy.

Not all countries collect and report data on their creative class and other workforce categories. These figures are lacking for Iraq, Lebanon, Tunisia, Libya, and Kuwait in the Middle East, as well as several dozen other countries in the rest of the world.  So I also use another closely related measure that is more systematically available for a larger group of nations – the level of human capital – the percentage of the young adults engaged in post-secondary or "tertiary" education. This measure is closely related to creative class workforce (with a substantial statistical correlation of .75).

The map above shows the human capital levels for the Middle East and the world. The top ranked nations on this measure – Korea, Finland, the US, Sweden, Norway, New Zealand, and, perhaps surprisingly, Greece – have more than 75 percent of their young adults enrolled in tertiary education. For advanced nations like the United Kingdom, Canada, the Netherlands, France, Italy and Japan the figure is 55 to 60 percent. Israel is the highest ranked Middle Eastern nation on this measure (57%).  But several other Middle Eastern nations are also quite high, notably Libya (53%) and Lebanon (49%). Tertiary enrollment levels are higher in the West Bank (38%) and Jordan (35%) than they are in Hong Kong (34%). And tertiary enrollment levels are above 25% in Bahrain (31%), Egypt (29%), Tunisia (28%), and Saudi Arabia (27%).  Tertiary enrollment in Iran (24%) and the UAE (23%) are roughly the same as Brazil (23%).

Typically, creative class and human capital levels are very closely associated with economic development. Nations with substantial creative class shares and levels of high human capital tend to be among the richest in the world. But for many Middle East nations, the standard of living is lower than their creative class and human capital levels would seem to warrant. This gap is a signal of unrealized economic potential. It can help account for the pent-up social stresses that stem from a country's inability to translate the talent, creativity, and ambition of its smartest citizens into greater levels of economic development and well-being for its citizens. This frustration is pronounced not just among those who are unemployed or locked in dead-end jobs, but also among those who do have flourishing careers with leading global organizations— Ghonim being a clear case in point.

With the help of my colleague Charlotta Mellander, I developed a simple metric to gauge this.  We created simple ratios, dividing the creative class percentage of the workforce on the one hand, and human capital levels on the other, by the level of economic output (GDP) per capita.

Revolution = size of creative class, the unrealized potential of creative class (ratio of creative class to GDP), creative class consciousness and organization (internet and social media access).

These measures are not perfect. Still, the results are intriguing and shed light on an important, heretofore neglected factor in revolutionary movements.

The map above shows the first of these ratios – the creative class to GDP ratio – for the Middle East and the world. Egypt ranks 7th overall on this measure, with 33 percent of its workforce in the creative class and a GDP of just $1,620 dollars per person.  The West Bank-Gaza Strip ranks 6th – with 24 percent of its workforce in the creative class and just $1,056 in GDP per capita.  Compare that to, say, Hong Kong, where the creative class numbers 34% and per capita GDP is $32,250, or Austria with its 35& creative class share and its per capita GDP of $25,940. The ratio is also considerable in Syria (22%, $1271), Algeria (21%, $2134), and Iran (16%, $2023).  But the worst ratios of all are found in nations outside the Middle East:  Kyrgyzstan, Moldova, Ukraine, Mongolia, and Pakistan. China's ratio is about the same as Croatia's, Slovakia's and Jamaica's.  This measure does not capture everything.  The UAE, Qatar and Bahrain, which has been the scene of significant unrest, all register relatively small ratios.

The map below charts the second of the measures, the ratio of human capital to GDP, for the Middle East and the world.  Several Middle Eastern nations post high ratios – West Bank-Gaza Strip (39% human capital, $1,096 per capita GDP), Egypt (29%, $1,617), Jordan (35%, $2249), Tunisia (28%, $2526), and Iran (24%, $2,023).  While Iraq has a much lower level of human capital, its ratio is also quite high (15%, $681).  Lebanon, Tunisia, Algeria, Libya, and Morocco post moderate but still considerable ratios. As with creative class share, the worst ratios are found outside the Middle East, in Kyrgyzstan, Tajikistan, Moldova, Mongolia and the Ukraine.

China ranks 53th about the same as Uganda, Colombia and Tunisia.  As with the creative class ratio, this measure has its limits.  Qatar, Kuwait, the UAE and Bahrain all register relatively low ratios.

I don't pretend that these measures offer a comprehensive theory of revolution. Revolutions are infrequent and relatively unique events, each of them the products of many interacting social, political, economic, and cultural forces, as sizeable literatures in history, comparative sociology, and political science have documented  (Daniel Little summarizes some of this literature, notably the seminal Dynamics of Contention by Doug McAdam, Sidney Tarrow and Charles Tilly, over at his blog Understanding Society). And then there are nations like Bahrain, where revolutionary uprisings occur alongside relatively high levels of wealth: Money, after all, does not necessarily buy happiness, contentment, or freedom.

Americans may have an allergic revolution to the notion of class, but it's time to put it back at the center of the conversation about revolution.  The working class has certainly played a much larger role in the Middle East uprisings than is commonly credited, but so too has the digital savvy, social media skills, and activism of the creative class.

Alongside the creative class and human capital, there is one more factor that plays a key role both in revolutionary unrest as well as economic development.   In my next post, I take a close look at the role played by cities, urbanisation and geographic proximity.


 
 

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