giovedì 26 febbraio 2009

Che c'entra la libertà di stampa

Piero Sansonetti
A me la legge sulle intercettazioni, nelle sue grandi linee, piace.

Non mi sembra affatto una legge illiberale, né una legge bavaglio che uccide l’informazione. Mi sembra una legge con alcuni difetti, da correggere, ma che si ispira a principi garantisti e di difesa del cittadino, della sua innocenza, della sua vita privata, del diritto a non esser linciato. Il diritto di chiunque - super manager o mendicante - a non essere linciato, credo che sia uno dei pilastri della civiltà. Da qualche anno questo pilastro scricchiola. Se lo si irrobustisce un po’ non è male, perché se quel pilastro cede si sgretola tutta la costruzione.
Naturalmente questo non vuol dire che la legge sulle intercettazioni sia perfetta. Penso che vada modificata sia nella parte che riguarda la magistratura sia in quella che tocca noi operatori della informazione, giornalisti ed editori. Nella prima parte della legge, che regola le modalità delle intercettazioni, vedo due cose che non mi sembrano ragionevoli. La prima è la necessità di «gravi indizi di colpevolezza» per ottenere l’autorizzazione a intercettare. È eccessiva la formulazione «gravi indizi di colpevolezza». Mette i bastoni tra le ruote ad alcune indagini importanti.


La seconda cosa che non va è il limite nei tempi. Dopo due mesi, qualunque cosa sia successa, basta intercettazioni. Forse bisognerebbe individuare una procedura che permetta, quando è necessario, andare oltre i due mesi.
La seconda parte della legge, quella che riguarda i giornali, la trovo saggia in ogni suo aspetto tranne che su un punto: il carcere per i giornalisti. È uno sbaglio minacciare il carcere, secondo me. Innanzitutto perché l’uso del carcere come strumento di soluzione dei più diversi problemi (in carcere i molestatori, in carcere i rom, in carcere i giornalisti, in carcere gli ubriachi…) a me sembra una dissennatezza molto pericolosa. In secondo luogo perché mettere in carcere i giornalisti non serve a niente ed è una misura che se la prende col più debole. In questi casi il singolo cronista di giudiziaria, che rischia le manette, è il vaso di coccio tra i vasi di ferro (magistrati, avvocati, editore). Invece del carcere per i giornalisti io prevederei una sanzione amministrativa automatica, immediata e pesantissima (centinaia di miglia di euro) per gli editori. Sarebbe molto più efficace e risolverebbe il problema.

Detto tutto questo, la legge mi sembra valida e anche urgente. Non è una legge autoritaria. Semplicemente indebolisce il potere della stampa e il suo diritto ad ergersi a giudice insindacabile e potentissimo, di fronte ai cittadini che non possono difendersi. L’obiezione che sento è quella di chi dice che vietando la pubblicazione delle intercettazioni, i potenti possono fare quel che vogliono all’insaputa dei cittadini. Non è così. I processi si svolgeranno regolarmente, a nessuno è vietato di dire chi è stato arrestato e perché, e su cosa si indaga; semplicemente, prima di poter pubblicare le intercettazioni bisognerà aspettare la conclusione delle indagini preliminari.
Ma le indagini preliminari servono proprio a questo: ad accertare che ci sia almeno un ragionevole sospetto di colpevolezza prima di andare ai vari gradi di giudizio. Non è giusto che in questa fase il cittadino sia un minimo garantito?

Non c’è un articolo della Costituzione (il 27, comma secondo) che prevede la presunzione d’innocenza? E a voi non sembra che sia un articolo importantissimo? Io non penso che la legge sia incostituzionale, credo che sia stata incostituzionale la situazione precedente, cioè quella attuale, la giungla giustizialista.
Proprio ieri la Procura di Roma ha ordinato la distruzione delle intercettazione delle telefonate tra Saccà e Berlusconi sul destino di alcune attrici. Ha detto: «Non c’è reato, bruciate il materiale raccolto». Misura giusta, ma un po’ ridicola, visto che, frase dopo frase, quelle intercettazioni sono state tutte già pubblicate da tutti i giornali. Figuratevi se a me piace scrivere delle righe a favore di Saccà e Berlusconi, ma le cose stanno così.

Ho l’impressione che noi giornalisti (ed editori) siamo un po’ arrabbiati perché rischiamo di perdere quel senso di onnipotenza che ci viene garantito non dal nostro lavoro e dal nostro rigore, ma dalle amicizie giuste con qualche giudice o qualche avvocato. Non è così? E non è un po’ miserabile questa nostra protesta?

Mi sarebbe piaciuto di più se i giornalisti - e molti altri - fossero scesi in campo e si fossero infuriati per il decreto che istituisce le ronde. Dopo sessant’anni sono di nuovo legali le “squadre di azione”. È una enormità, ma di questo non gliene frega niente a nessuno. Le uniche voci di dissenso, al solito, vengono da qualche settore della Chiesa e da Gianfranco Fini…

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