lunedì 14 marzo 2016

Il Passato serve se è preludio del futuro

Chi può alzi per un momento lo sguardo e si legga Global Progress: New Ideas for the Future of the Global Progressive Movement un libro apiù mani pubblicato dal Center for  American Progress.  Tony Blair, Ricardo Lagos, Bill Clinton ed Helle Torning Schmidt considerano la loro esperienza e la necessità di una Terza Via (con alcuni avviata a Firenze nel 1999) un Preludio del Futuro. Ricordano quel dialogo come il primo che un presidente Americano , grazie alla sua cultura, riuscì a stabilire con le forze di progresso europee. Leggete se avete voglia quanto siano preoccupati della scollamento tra libertà e giustizia, per le politiche adottate davanti alla crisi e per i conservatorismi tradizionalisti e per quelli statlisti, e soprattutto per la crescita dei populismi. Quanto condividano lo sforzo dei nuovi governanti per cambiarle.
E leggete, se avete voglia e tempo come consegnano esplicitamente il testimone ai giovani leader chiamandoli per nome: Matteo Renzi, Manuel Valls e Justin Trudeau . Leggete cosa dicono gli uni e come rispondono gli altri.
Uomini e donne che  hanno governato i loro paesi e parte del mondo, e, assieme ad altri come Schroeder  in Germania, ne hanno cambiato le prospettive,  costruito benessere, lo hanno reso migliore di come lo avevano ereditato. Avvertivano già allora la necessità di collaborare per questo ed oggi sentono il bisogno, la necessità di consegnare la missione di una via nuova, di un cambiamento più radicale a questi giovani leader. Chiedono fiducia per loro, anzi dicono che ce n’è enorme bisogno. I giovani leader raccolgono, raccontano come hanno vissuto quella sfida e rispondono nel merito segnalando quel che ci vuole di radicalmente nuovo per proseguire il cammino. Già così vanno la cose tra chi ha un cuore progressista, democratico, socialista di sinistra. Matteo Renzi ad esempio parla di umanesimo liberale, Justin Trudeau di apertura, trasparenza e della forza delle diversità. E molto altro.
Speriamo  che sia tradotto al più presto perchè ci sono indicazioni preziose e idee si cui c’è bisogno. C’è una serietà ed una fiducia, una determinazione ed una coscienza delle sfide che servono eccome . Anche a quelli che volano sulle ali della presunzione anche

se in Iran Vodafone non prende , qui si può scaricare, caro D'Alema. O l’hai già visto? E questo spiegherebbe un sacco di cose.

martedì 2 febbraio 2016

Pippo ha vinto le elezioni!

I giornali asserviti a Matteo Renzi  cercano di ignorare che la lunga marcia di Pippo Civati da Monza ha segnato una nuova decisiva tappa nella lotta per la affermazione di una sinistra vera, trasparente e combattiva . Possibile. 
Pippo è stato incoronato segretario della formazione Possibile da lui fondata per combattere il renzismo e le degenerazioni.
Ricordiamo  insieme le tappe di una marcia inarrestabile 
Nel 2010 in un sondaggio ( anche esso on line) organizzato da l’Espresso su chi avrebbe dovuto fare il segretario del PD “Giuseppe Civati”: ebbe 8.345 voti totali,  quasi quanto Orfini, peccato che 1.042 voti, 1.776 voti e 2.478 voti erano arrivati da tre Ip unici;i voti raccolti 24.343
Nel 2013 la seconda tappa. Al congresso del PD la mozione Civati arrivò terza con il 9,4% (pari a 24.343 voti off line) 
Il penultimo exploit di Pippo sempre nel 2013 alle primarie addirittura 399.473 voti pari al 14,24 % dei 2 milioni 800.000 votanti. Ma la spinta propulsiva delle sue idee era frenata dal PD. 
il 31 gennaio, solo tre anni dopo, nel 2016 la mozione “Il senso della possibilità”, collegata alla candidatura a segretario di Giuseppe Civati, ha ottenuto il 93,20 % dei voti, gli astenuti sono stati il 6,80%. Hanno partecipato al congresso su piattaforma online  2.396 iscritti su un totale di 4.773, pari al 50,20% degli aventi diritto. 
Non è detto che il possibile, sia credibile e a volte neppure verosimile, ma nel tempo può diventare invisibile. 

Massimo Micucci

lunedì 8 giugno 2015

Esperienza Espace, quasi per gioco

Quando avevo 30 anni il primo vero business fu un ristorante stagionale all'aperto. Ebbe una certa fortuna  e durò per qualche anno. Quando trasportavo cassette da mercato o piccoli pezzi utili al lavoro invidiavo molto un amico-concorrente che usava l'Espace per il trasporto . Era spazioso, alto da terra , maneggevole, elegante. Lo guardavo con invidia. Diventammo amici e ci accompagnò in gita una domenica a Siena. Sembrava di viaggiare in pullman, o su una nuvola

Così quando ho visto che c’era una nuova Renault Espace da provare , l’ho fatto per nostalgia e per curiosità. Un pò una  vertigine temporale, dai ricordi in avanti. Non amo prendere appuntamenti,  far prove, mi occupo di public affairs e  sono costretto ad essere molto pratico. Giro per lo più in moto per Roma, ma viaggio almeno ogni 15 giorni fino in provincia si Salerno, e adoro la comodità durante le vacanze. Porto il viaggio dentro. Sempre. Così ho voluto concedermi un intervallo diverso nella giornata. Contavo su tanta tecnologia e i ragazzi che mi hanno accompagnato dalla stazione Termini erano preparati e gentili. La tecnologia era avvolgente come una bolla di benessere tipo Cocoon. La cosa più utile? La tele camera per la retromarcia ed i sensori di prissimità. Ho una guida di lungo corso, ma un pò disinvolta, a volte troppo, ed evitare qualche strusciatina è  fondamentale. Poi la questione fondamentale la Nuova Renault Espace è bella lunga, fino a 5 metri credo, ma sembra di guidare un’utilitaria. Davvero. Dicono che è per via delle quattro ruote sterzanti, una gran sopresa. Subito viene voglia di un viaggio lunghissimo per il continente, un percorso da riders , ma nel lusso e nel relax. Sarebbe l’ideale come auto doppio uso, azienda e personale. Chissà?
Massimo


lunedì 11 maggio 2015

Cari insegnanti anti Renzi imparate Facebook

Sulla bacheca di Matteo Renzi, il più seguito dei politici europei, oggi si sono dati appuntamento (per un mob dicono loro) tanti insegnanti. Hanno scritto quasi tutti la stessa frase “Sono indignato per il decreto buona scuola e per questo non voterò PD”. Chissà chi è il genio a cui è venuta l’idea? Già vedo arrossire i figlioli di questi insegnanti e gli alunni più smaliziati. “A’ mà, ma nun se fa così!”. Ecco diteglielo: se si posta qualunque protesta generale sulla bacheca di un personaggio pubblico con un grande seguito, gli si fa un gran favore. È così difficile da capire? Quello è il “suo terreno” e sono sopratutto i suoi fan, followers, sostenitori cresciuti e fidelizzati con interventi e notizie: anzi sono i sostenitori più attivi ad aver cliccato mi piace. È come andare sulla Bacheca di Totti ad inneggiare alla Lazio. Oppure andare ad offendere Gianni Morandi sull’immigrazione. Inutile e controprducente per chi lo fa. È vero, c’è anche una percentuale di avversari, di ostili, i grillini, che hanno imparato da un vecchio analogico, Gianroberto Casaleggio, ad invadere la bacheche altrui, magari con link ai suoi siti, coprendo di improperi chi critica Grillo. Ma stanno già pentendosi. A quelli che postano la loro indignazione seriale “in casa di Renzi”, ricordiamo che una pagina è il “network” di chi la fa, non di chi la osteggia. Naturalmente le critiche ragionevoli e serie possono aprire una discussione ed aiutano a rispondere a anche ad aprire dubbi: ma le manifestazioni militanti più aggressive di ostilità provocano ripulsa e confermano, ai tanti supporter che da tempo seguono quell’account, che sono nel giusto. Anzi li spingono a reagire. Tutte le analisi ed i numeri provano che è così.
Tanto più quando trattandosi di insegnanti i post dell’ira sono pieni di errori d’Italiano, di punteggiatura e di espressioni forti; quando ad essi si accodano frasi di propaganda con tanto di 5 stelle grilline, insulti irriferibili ed altre amenità. Il messaggio scelto è NOI NON VOTEREMO MAI PIÙ PD PERCHÉ INDIGNATI DAL DDL LA “BUONA” SCUOLA”. Con un invito esplicito “andate sulla bacheca di Matteo Renzi e incollatelo”. Cari insegnanti precari o no, grafitari 2.0, scioperate, protestate, interrompete, gridate perchè non volete essere valutati da nessuno e volete il posto fisso e sicuro. Vi capiamo. Ma il copia incolla no, da voi non ce lo aspettavamo. Quella è una cosa da alunni svogliati o imbroglioni. Non vi farà fare un passo avanti. Matteo, come sempre ringrazia.
Massimo Micucci

giovedì 16 aprile 2015

Una democrazia che funzioni. Non il vostro ombelico


Quel che amareggia dei tanti oppositori alla riforma elettorale è il loro disinteresse per il destino della democrazia. A 70 anni della liberazione dal fascismo è chiaro che i rischi di compromissione di quel patrimonio di libertà e progresso non sono mai stati così alti. Dovrebbe esser evidente a tutti che la minaccia principale è non riuscire a fare qualcosa per ridurre i danni della crisi, per individuare un sentiero di la crescita in condizioni globali radicalmente mutate. Lavoro, economia, ambiente, benessere, immigrazione e diritti dipendono insieme dalla fìducia ( anche in se stesse) delle persone e dalla capacità della politica di fare presto qualcosa in un mondo drammaticamente cambiato. Sperando che sia la cosa giusta. Il messaggio del popolo alla politica è stato: non ti seguiamo perchè non servi a noi ma solo a te stessa. Per rispondere c’è chi indica da anni nemici vicini e lontani da radere al suolo: la politica tout court, gli immigrati, le multinazionali, i corrotti, le mafie, l’euro, la BCE, la Merkel. Quello dei Salvini dei Farage, dei Grillo e della Le Pen è un Game of Thrones, una serie Fantasy dove si avvicendano draghi, principesse, sovrani cattivi, cavalieri e bruti che spostano armate e compiono vendette. Tutti costoro si immaginano chiusi dietro invalicabili barriere di ghiaccio e raccontano di alleanze e redenzioni impossibili. La minoranza PD, in attesa del meglio rifiuta di cambiare il possibile. I conservatori non intendono battersi per rendere slavare la democrazia. Preferiscono piantare nuovi totem su vecchie paure: l’uomo solo al comando, la democratura. Ci potete mettere tutti i valori e gli aggettivi che volete, potenziarne la rappresentanza fino alla paralisi, ma se il sistema democratico non riuscirà a decidere, se non tornerà presto ad essere considerato utile, le persone lo abbandoneranno. Sarà guerra per bande, per paesi, per corporazioni e per religioni e come sempre soccomberanno i più deboli. Davanti a questo assistiamo a vecchi e giovani tromboni paludati che difendono i loro totem, agli ex come Prodi e Letta che sgranano piccoli rigurgiti di invidia in libretti che nessuno leggerà. Parlano delle loro nomine passate e mancate. Che meschinità. Non si tratta di voi ma del destino di un continente. In nome di questo destino e non di una mozione, di un capriccio, o di una rivincita, vanno completate le riforme. Nel modo più rapido, determinato e coerente possibile.
Massimo Micucci

sabato 28 marzo 2015

Landini: la lenta primavera, dove sorge...

Abbiamo raccolto le parole più citate del discorso di Maurizio Landini
“Non siamo in piazza per difendere cose che non ci sono più, anche perché ci hanno tolto tutto”
“Ci stiamo battendo per milioni di posti di lavoro non per 79.000 “
“Abbiamo l'ambizione di proporre idee per il futuro dell'Italia".
“Renzi sta proseguendo come i governi precedenti Monti e Letta e anche con un peggioramento rispetto al governo Berlusconi".
“Ci sono persone che non sono rappresentate ma ora inizia una nuova fase, una nuova primavera”
Rodotà. "La partita non è perduta. Molte cose si possono ancora fare"
Dal palco sulle rosse bandiere e le felpe rosse e nere della FIOM le note di una canzone di Enzo del Re del 1974 (appena 40 anni fa)


Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
chi è veloce si fa male e finisce in ospedale
in ospedale non c'è posto e si può morire presto

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
la salute non ha prezzo, quindi rallentare il ritmo
pausa pausa ritmo lento, pausa pausa ritmo lento
sempre fuori dal motore, vivere a rallentatore

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
ti saluto ti saluto, ti saluto a pugno chiuso
nel mio pugno c'è la lotta contro la nocività

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo

Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza

Un'abbuffata di futuro. Coalizione da Landini: prosit !

venerdì 27 marzo 2015

Corruzione. La Purga




Un recente horror di successo, “The Purge”, racconta di una società scossa dal crimine dove
si instaura un regime che consente, una volta l’anno, a tutti i cittadini che lo vogliano, di “sfogarsi” compiendo i reati più abietti per una notte. C’è chi partecipa alla purificazione, alla purga, sfogandosi, distruggendo e uccidendo e chi invece fugge proteggendosi dai violenti decriminalizzati. Tra i violenti ci sono poveri frustati che violentano le loro vicine e ricchi che pagano le vittime per ammazzarle al sicuro delle loro case.
A 23 anni da tangentopoli è in atto un rito del genere. Tutti ci ripetono che il male è ancora da estirpare. Discorsi, opere e azioni sono tutti rivolti a trovare nuovi strumenti. La magistratura occupa ormai responsabilità politiche di primo piano.  Ma la corruzione continua, anche se quella perseguita in tribunale non è il principale, vero obbiettivo della Purga. Per occultare i dati reali si ricorre alla “corruzione percepita” (una finzione indecente ed autoriferita su cui stiamo studiando) ed al rovesciamento del senso comune: “In Italia ci sono pochi corrotti un galera dunque siamo un paese di corrotti “. Le notizie e gli insulti riguardano solo le indagini, quasi mai le condanne. Le assoluzioni e le archiviazioni poi, non rientrano nel computo della “corruzione percepita”, perchè non possono essere mediatizzate. I giudici ragionevoli raccomandano più semplicità nelle leggi, più trasparenza e certezza del diritto. La politica sotto botta ha prodotto invece leggi inutili, assurde (come la Severino) e complesse. Poi allunga i tempi delle prescrizione e dunque della giustizia e dell’indignazione.
Il risultato viene incoronato in questi gironi dal poema epico (fiction?) della serie televisiva 1992: “l’ossessione” della purificazione dalla corruzione domina da un ventennio le nostre menti. Come in quella notte di “The Purge", ma senza armi materiali, tutti dal piccolo analfabeta, al personaggio di spettacolo sparano o tirano coltellate contro i corrotti veri o presunti: “l’indagato si deve dimettere” tuona la star de noantri come  il grillino sulla bacheca del potente. “Ve sete magnati tutto” scrivono l’imprenditore, la disoccupata, il funzionario pubblico ed il grande manager. Tutti quelli che evadono per necessità, dicono che gli altri evadono per avidità: “nessuna pietà nemmeno il 3%” - si tuona- ma anche “Equitalia ci massacra e ci costringe al suicidio”. Quelli che hanno con i diamanti della Tanziania sullo scudo di Alberto da Giussano dicono ladri ai politici degli altri partiti e agli immigrati. Una scorribanda permanente globale, sempre a favore di telecamera. Gli anchormen li inseguono: “siamo tutti forconi”. Ich Bin Ein Berliner diventa “Io sono un giustiziere”. Su Facebook, su Twitter, si insulta e condanna come sui muri dei cessi pubblici. Una purga degenere e costante che sta svuotando le viscere del paese e riempie l’aria di fetore e di sfiducia. Copre  le differenze, occulta le ragioni della crisi e ci rende tutti un pò più irresponsabili ed ipocriti.
Chiusi negli armadi di questa notte ci sono però gli innocenti, gli assolti, le migliaia che hanno perso lavoro, la reputazione, la famiglia e la vita. Uno degli indagati si chiamava Gabriele Cagliari. In un carcere, poco prima di uccidersi il 20 luglio del 1993 scriveva l’ultimo messaggio alla sua famiglia: “La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi Magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell'opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto. Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile. Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto.”  Chissà se la serie televisiva 1992 lo evocherà? Nel 2008 si suicidò Giorgio Nugnes, 46 anni assessore a Napoli. Era accusato di associazione a delinquere, devastazione e interruzione di pubblico servizio. E’ stato del tutto scagionato. Post mortem.
Grida ormai spente che non avranno la gloria di una serie sulla “corruzione percepita”, anzi ci sarà sicuramente qualcuno che continuerà a sputar loro addosso chiedendone le dimissioni. Per sentirsi migliore, come in un horror dozzinale. 

domenica 22 marzo 2015

D'Alema. Il dolore e la menzogna


Il discorso di Massimo D'Alema mi ha provocato dolore. Non solo per l'astio, per quella voce che si spezza in gola quando parla del Partito, come chi ha subito un furto, o quando evoca Matteo Renzi, che evidentemente considera l'artefice dello scippo. Dolore. Per il disprezzo che mostra verso partito ed iscritti che dovrebbero essere anche sua comunità e non proprietà: “un partito senza popolo, un popolo senza partito”, “una macchina di distribuzione del potere che attira trasformisti”. Chi sostiene Renzi potrebbe compiacersi per il fatto che la personalità che più lo avversa è anche quella che attira su di sè più antipatie generali. L'antipatia meritata verso il nemico del mio amico, non è amica di chi punta sull’ottimismo.
A sua insaputa D’Alema ha però stracciato un velo di ipocrisia più o meno spesso che ha avvolto l’incontro della minoranza: lì attaccano l’”arroganza” di Renzi, perché se scendessero sul piano dei contenuti dovrebbero scegliere tra il radicalismo di Landini e il riformismo di Renzi e si dividerebbero. E si divideranno. Nessun’altra unità è possibile se non “contro” Renzi. La metafora di Bersani dice che “ se per un elettore che se ne va ne vengon due è come vender casa per andare in affitto”, Cuperlo sostiene di averla capita e propone di ricomprarsi la casa. Possibile che non sappiano che nessun elettorato è ormai in “proprietà”? A milioni se ne sono andati verso la Lega, verso forza Italia, verso Grillo, altrettanti sono tornati e riusciti mille volte. La presa di distanza di Cuperlo da D’Alema poi è una “scissione” dal “sè di prima" impossibile, perchè siamo anche quel che siamo stati, infingarda, perchè resa nel giorno in cui D’Alema diventa “imbarazzante” , ma sopratutto per un altro fatto che addolora chi ha conosciuto D’Alema nei suoi anni d’oro. Oggi sappiamo che D’Alema mentiva. Quando chiedeva flessibilità ai sindacati, quando faceva appello in nome della flessibilità agli imprenditori ad arricchirsi, quando volle fare le privatizzazioni possibili, quando tentava di convincere le fondazioni a ridimensionare il potere nelle banche. Mentiva quando sosteneva una terza via con Clinton e Blair, quando con la Bicamerale assieme a Cuperlo tentò la riforma elettorale come Renzi ed una riforma della giustizia analoga a questa. Non può aver cambiato idea perchè un cambiamento prevedrebbe un’ autocritica troppo vasta su tutto questo e non ce n’è traccia. Dunque non possiamo attribuire la sua posizione da bullo del circolo anziani:  (“si porta un colpo e si lascia il segno”) solo al rancore o alla mancanza di lucidità . No l'ex premier mentiva. Non so quanto coscientemente ma non importa. Il D’Alema di oggi è quello vero. Quello che allora, dopo un bicchiere di vino, diceva “noi comunisti siamo solo entrati in clandestinità”, non scherzava. Oggi s’è liberato dal fardello e la voce gli si spezza in gola perchè il suo attacco è la confessione mascherata di una menzogna gravissima.
A chi allora gli aveva creduto fa male doverlo scoprire.
Massimo Micucci

giovedì 26 febbraio 2015

Alfredo Romeo e il Piano Marshall dei servizi


romeo
Alfredo Romeo è stato eletto presidente dell’Italian Chapter dell’IFMA (Associazione Internazionale del Facility Management), presente in 94 paesi con 24.000 membri, che gestiscono 10 miliardi di metri quadrati di proprietà per vendite in prodotti e servizi pari a 100 miliardi di dollari l’anno (tra i soci Coca Cola, Walt Disney, Alcatel, Enel, Ferrero, Gucci, Novartis ed altri).
Sì, Romeo “quello che”, ai tempi dei processi napoletani, compariva su internet più di Totò Riina, poi assolto integralmente da qualunque addebito, e che è rimasto uno dei pochi grandi imprenditori di servizi al sud. Un’azienda, la sua, che ha consentito a tanti comuni italiani di campare grazie alla gestione del patrimonio immobiliare. Un manager che conosce a fondo pregi e difetti del governo del territorio, torna da protagonista istituzionale di un settore avanzato e innovativo, e lancia una sfida politica ed industriale.
Il Facility Management, secondo IFMA, “coordina lo spazio fisico di lavoro con le risorse umane e l’attività propria dell’azienda. Integra gestione economica e finanziaria d’azienda, architettura, scienze comportamentali ed ingegneristiche”. Insomma ciò che fanno le aziende associate all’IFMA è “governare” le facility (edifici e servizi necessari a supportare e facilitare l’attività dell’azienda), ma più in generale qualunque patrimonio immobiliare o realtà fisica complessa e al territorio in generale.
Come è chiaro a chi guarda avanti, se il futuro sta nella crescita urbana responsabile e sostenibile, il governo delle “cose”, edifici, agglomerati, città che ci circondano, è la vera scommessa dello sviluppo. Questo non può più avvenire attraverso il puro consumo di suolo, risorse, spazi, nè con la crescita dei fattori fisici, ma attraverso una forte spinta ai servizi innovativi. Le smart cities, di cui tanto si parla, non sono aggregati incrementali di tecnologie, ma un insieme progettato e modificabile di servizi intelligenti, che si avvalgono di tecnologie, dati ed analisi, ma anche di intelligenza diffusa, responsabilità e partecipazione.
Secondo Romeo, “si può rilanciare l’economia di questo Paese attraverso scelte strategiche e operative capaci, allo stesso tempo di modernizzarlo” – una svolta che passa “per un’industria dei Servizi più moderna ed efficiente che, con nuovi modelli gestionali, permetterà forti risparmi ai cittadini in termini di oneri e tributi”.
In tempi di economie di bilancio e di aspettative crescenti di efficienza, un paese può funzionare solo cambiando verso, anche nella collaborazione pubblico privato: anche promuovendo il facility management del territorio, valorizzando nelle gare pubbliche la qualità e non solo il massimo ribasso. Ma soprattutto occorre rottamare quei processi che hanno gonfiato le città di volumetrie, impoverendole di servizi. Nel manifesto dell’industra del facility management e dei servizi lanciato da Romeo, si deve separare “finanza immobiliare” dai servizi. Un “giù le mani dalle città”, rivolto agli orfani del mattone, delle cubature e della speculazione immobiliare e finanziaria. Si propone uno spostamento di potere dai vecchi stakeholder verso il territorio, verso chi progetta, sceglie, crea valore e condivide. Amministratori, imprese e cittadini debbono collaborare alla luce del sole per arrivare ai rinnovare e rilanciare territori, città, patrimoni e progetti. Oggi con i Big Data, la geolocalizzazione, la gestione finanziaria ed economica e l’uso di device semplici, si possono “animare” energie e costruire valore; isolato per isolato, territorio per territorio, accrescendo il valore degli immobili, portando servizi, consentendo la gestione dal basso, valorizzando le piccole attività economiche, ed insieme responsabilizzando tutti su energia, rifiuti, manutenzione degli spazi e delle strade, restauri e così via. Una sfida creativa definita provocatoriamente un piano Marshall dei servizi, che rottama le città dall’alto e le città “museo chiuso”, che ha bisogno di imprenditori, cittadini ed amministrazioni smart.
Massimo Micucci

venerdì 7 novembre 2014

Juncker e il Luxembourg Leaks 1



Oggi il Corriere della Sera ha dedicato un compunto editoriale per spiegare a Renzi chi è Juncker. Se i Bob Woodward nostrani oltre a scrivere in napoletano continuassero anche a leggere in inglese, avrebbero visto sul New York Times l’annuncio di una bella grana che sta per abbattersi sulla credibilità del Presidente della Commissione, secondo loro eletto dal popolo. Ce l’avrebbero occultato comunque, ma il titolo del New York Times è stato chiaro: “Hundreds of Companies Seen Cutting Tax Bills by Sending Money Through Luxembourg”. In Italiano: “Centinaia di società hanno tagliato le tasse inviando soldi in Lussemburgo”. Il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, composto da 80 giornalisti di 26 paesi, ha trascurato le piume d’oca di Moncler, esaminando invece 28.000 pagine di documenti confidenziali di quello che già viene definito Lux-leaks.
Oltre all’indagine già nota sugli aiuti di stato (già aperta), i nuovi file documentano accordi e deliberazioni con cui una centinaia di miliardi di dollari (215 miliardi solo tra il 2002 e il 2010) sono stati disinvestiti da altri paesi, per essere poi trasferiti in pochi anni in Lussemburgo. Il Granducato è diventato la magica terra delle fate per tutte le grandi corporation: Accenture, Abbott Laboratories, American International Group (AIG), Amazon, Blackstone, Deutsche Bank, the Coach handbag empire, H.J. Heinz, JP Morgan Chase, Burberry, Procter & Gamble, the Carlyle Group e Abu Dhabi Investment Authority. Ikea, Fed Ex e tantissimi altri hanno (giustamente) approfittato di una grande opportunità, presentata come legale in Lussemburgo.
Una delle società più attive nella consulenza strategica fiscale, la Price Waterhouse, spiega già nel 2009 che il Lussemburgo è un paese con “autorità flessibili e accoglienti”, “facili da contattare” e che offrono la loro “disponibilità al dialogo con un processo decisionale spedito”.
Il governo del Gran Ducato di Lussemburgo si occupa della tassazione societaria attraverso la Societè 6, e pur essendo il livello di imposizione societaria al 29% ha sottoscritto accordi preventivi capaci di abbattere il peso del fisco ad una sola cifra. Se non capite come, non chiedete alla Gabanelli, ma al Consorzio dei Giornalisti (non Italiani) Investigativi, che ve lo spiega con un video.
Uno dei responsabili di questa strana “Equitalia delle fate” lussemburghese era Mr. Marius Kohl, detto “Mr. Ruling”. Questi, raggiunto da uno di quei giornalisti che non si occupano di puzza di bruciato (a proposito di pizza), ha dichiarato che ritiene di “aver fatto il bene del paese”, anche se non necessariamente della “sua reputazione”. Lo ha fatto arrivando a firmare fino a 29 di questi “Tax Ruling”, gli accordi fiscali. Sua altezza reale il Gran Duca Giovanni di Lussemburgo, nel 1995 ha nominato per la prima volta Premier Jean Claude Juncker, e questo in vent’anni (tra alterne vicende) è riuscito a fare del suo paese un vero e proprio paradiso con il reddito pro-capite più alto del mondo (122.000 dollari, il doppio degli Stati Uniti). Titolo di merito irraggiungibile da parte di qualunque altro uomo di governo, per aver trasformato una piccola enclave nell’isola della felicità di qualche centinaio di multinazionali, rispettabilissime e fondamentali, che alla “disponibilità e alla apertura negoziale” e “alla capacità di cooperazione” dei governanti del Granducato non hanno saputo resistere.
Stando all’interno dell’Europa, da fondatore, il Lussemburgo ha sfruttato con Juncker tutte le opportunità legali e para-legali per non far pagare le tasse come negli altri paesi, si è guadagnato finora solo rimbrotti e cortesissimi richiami. Ora che Juncker è Presidente ci sono già 4 indagini, e questo dossier clamoroso da affrontare.
È una storia di cui i nostri media ci diranno tardi e male, che mette in nuova luce la presa di cappello di Juncker nei confronti di quel debosciato ragazzotto italiano che lo ha sfottuto, che ne ha rese pubbliche le reprimende, cui ha alzato il dito.
Ha ragione Juncker ad arabbiarsi con Renzi. Lui non rappresenta un pugno di burocrati ma una sterminata massa di profitti, messa al sicuro rispetto ad una tassazione più equa, non grazie ad una “competizione” fiscale utile legittima tra chi tassa il 12,5% e chi tassa 33%, ma tra chi usa la parola “rule” come regola e chi usa il “tax ruling” come accordo fiscale, anzi come un “mettemose d’accordo” su quanto mi porti e ti garantisco che a te non chiederò di più.
Anche se nessuno dei nostri watch-dog alle cozze ce ne ha parlato, Juncker è stato raggiunto da giornalisti veri che gliene hanno chiesto conto. È rimasto abbottonato e si è limitato a dire che “se i comportamenti del Lussemburgo violano le regole lo sanzioneremo”. Dopo aver inventato il Lussemburgo, immaginiamo con quale entusiasmo. #Europastaiserena.
Massimo Micucci
PS: tra i media partner di questa indagine giornalistica ci sono le seguenti gazzette minori: The Guardian, Süddeutsche Zeitung, NDR/WDR the Canadian Broadcasting Corporation, Le Monde, Japan’s Asahi Shimbun, CNBC, Denmark’s Politiken, Brazil’s Folha de S. Paulo e altri.
- See more at: http://www.thefrontpage.it/2014/11/06/juncker-e-lo-scandalo-del-luxemburg-leaks/#sthash.XHMsMO6K.dpuf

giovedì 23 ottobre 2014

Thyssen , e la speranza?



Nonostante la regia emotiva "de sinistra", mi sono davvero commosso molto a vedere alcune delle immagini degli operai della ‪#‎Thyssen‬ su ‪#‎Gazebo‬. Ero però arrabbiato contro chi inveiva e fischiava oltre il dolore dei licenziati "dovete fa parlà un compagno der sindacato de classe". Indignato per il vuoto propositivo del comizio della Camusso "Renzi: meno art 18 e più attenzione agli operai" e per l'abbandono del sindacato di fabbrica. Mesi fa dubitai (insultato da molti) che bastasse una "sentenza esemplare" sul tragico incidente di Torino contro l'AD Tedesco (sentenza poi rimessa in causa dall'appello) a risollevare le coscienze e il futuro della fabbrica. Avevo disperatamente ragione, ma qualcuno raccoglieva invece firme per istituire una procura speciale contro gli infortuni sul lavoro. Ho sperato invece che qualcuno, come a Piombino, volesse parlare di investimenti, rimettere in causa le obsolete regole antitrust europee che hanno impedito una cessione a Otokumpu, che hanno forzato Thyssen ad un riacquisto che non voleva (ha lasciato ormai da tempo gli acciai speciali) in vista di un drammatico ridimensionamento e vendita. Di questo non è importato nulla nè al commissario Almunia nè a nessuno. C'è un problema strategico grande come un continente (l'europa) che si balocca tra rigidità di bilancio e chiusure etniche. Invece c'è anche dell'acciaio che funziona, ma non c'è un capitalismo nè italiano nè mondiale che possa accettare costi energetici e regole di mercato interne ormai vecchissime, e questo nonostante la qualità della forza lavoro e la sua disponibilità totale (a Terni). La protesta è il minimo. Ma non dà nulla di nuovo. L'altra sera in Tv c'era chi rievocava lo "stare dalla parte" dei ragazzi di 15 anni che lanciano fumogeni ai cortei degli operai di Torino. Già, ma le grida si spegneranno nelle tristi sere di quelle famiglie, tra le lacrime nel chiuso di una "conca" che un tempo diceva "facciamo acciaio mica i cioccolatini" in ironica contrapposizione con Perugia. Una realtà nessuno ha aiutato a superarsi a crescere nè a Taranto , nè a Terni, ma che viene ancora buona per speculare sullo scoramento. Una speculazione che è sale sulle ferite di chi non ha una direzione per la speranza, prima che un lavoro. Non strillate, lavorate per loro e con loro , pensate e pensata una soluzione impegnatevi e combattete. Altrimenti, partiti, movimenti o sindacati, non servite a nessuno e non vi vorrà nessuno "dalla sua parte" . Anche per questo in una Italia così di tutto c'è bisogno meno che di una manifestazione com equella del 25 ottobre che strilli e non pensi, che si auto celebri nella disperazione.

martedì 14 ottobre 2014

Roma e il Traffico

Benz Patent Motorwagen which is widely regarde...
Benz Patent Motorwagen which is widely regarded as the first automobile was first introduced in 1885. (Photo credit: Wikipedia)
Lavoro in centro e mi sta bene chiusura dei Fori e l'aumento costi permessi per le auto, uso il car sharing, i taxi (sempre meno) e Uber (cui si cerca di rendere la vita difficile) , attendo come tutti che qualcuno decida se e quando fare una rete metropolitana decente, so che non è facile . Ma quando mai è stato discusso, informato , chiamato in causa il motorino ? Quali studi dimostrano che appesantiva il traffico di Roma per decidere in un giorno che al centro in moto non si entra più : Si concerta per decenni con tutti sindacati , commercianti, dipendenti pubblici che consumano i nostri soldi e improvvisamente quelli che si sbattono al freddo e alla pioggia per arrivare al lavoro ricevono solo fischio da un vigile ? Una politica che decide deva anche essere più umile caro sindaco, non remissiva , ma umile si e al servizio dei cittadini.

lunedì 28 luglio 2014

Criticare Renzi

27 luglio 2014
E’ banalmente vero che i tantissimi critici di Matteo Renzi ne aiutano la popolarità. Renzi ha invece bisogno di critici e di opposizione ma non di quella dei sopravvissuti. Una leadership ed una rivoluzione non si rafforzano solo sugli errori del passato. La rottura radicale con l’Italia dei vecchi arnesi ( di cui in Parlamento abbiamo una plateale rappresentazione) è condizione necessaria ed ha una forza straordinaria. Qualunque cosa faccia, per poco e male che sia, sarà sempre meglio di quello che c’era prima. Il divario con le aspettative sollevate, i controversi risultati nella crisi sono un misuratore ingannevole. Gli Italiani sono disposti a dargli credito finché farà il contrario di quelli che c’erano prima, e forse si accontentano di un governo che non faccia loro dei “dispetti”. Non basta ? Certo che non basta. Ci vorrebbe una classe dirigente, un Parlamento e dei partiti , che non si limitassero a giocare per sè, ma che sapessero prenderlo sul serio. Dunque escludiamo i “Mineo, Chiti, e Minzolini”, perché sono la dimostrazione del teorema “Meglio Renzi che morti”. Ci vorrebbe un centrodestra degno di questo nome, fatto di Tories presentabili e almeno in parte politicamente onesti, liberali e contemporanei. Magari con uno straccio di leadership. In secondo luogo sarebbero utili dei critici lungimiranti, anche interni alla sua parte, che siano capaci di “incalzare Renzi” sul suo programma. Di questa roba non c’è traccia. Il centrodestra è diviso tra nostalgici ed esorcisti del Cavaliere. La loro voce sale di tono solo sullo scivoloso terreno del ruttino “etico”, contro i matrimoni gay o cose di cui un tory inorridirebbe. Sull’altro fronte (a parte i giapponesi nella giungla) ci sono i liberal-puntigliosi, gli spin doctor della minchia, gli esegeti di Tony Blair, i promettitori di paradisi della libertà di impresa. Quelli che al mattino fanno i guardiani delle coperture con i sacri protocolli di Cottarelli e alla sera si ammucchiano sullo strapuntino di un nuovo centro destra con Passera. Promettendo agli Italiani 400 miliardi di euro. Bibidi bobidi bu. Acquartierati nei think tank, implacabili sui social-cosi, luminescenti al fosforo nelle università dove si studia in inglese per restare presuntuosi in Italiano, sproloquiano su cose di cui non capiscono una mazza. Per esempio di europa e di politica estera. “Ci vuol altro che la Mogherini per l’Europa” . “Perché non prendiamo posizione contro Putin”, “Cosa dice sui Marò”. L’Italia di Renzi e Mogherini è in linea con la Germania, ed è tutta l’Europa ad avere un problemone. Quelli che “in Medio Oriente vuoi mettere con Andreotti! “ , ma anche con Reagan e con il Regno Unito del dopo guerra! Ma si sono accorti gl spulciatori di hashtag, che non c’è più una leadership mondiale di nessun tipo? Due ex super-potenze sono potenze a portata variabile e non sono nemmeno più due. Non circola una sola idea nuova a livello globale e dopo aver confutato e sprecato tutte le teorie (hard power, soft power, smart power, tech-diplomacy) resta una enorme e sanguinosa matassa di conflitti. Da Obama alla Clinton, passando per l’UE, forse non è giusto dire che le hanno sbagliate tutte, ma non ne ha funzionato nessuna. Un leader diverso dal passato propone chiari valori di riferimento, un sano pragmatismo, molti interrogativi, ma anche una certa lungimiranza non ci sta male. Se sbaglia almeno lo fa provando ad uscire dalla paralisi e dall’impotenza della politica. La ventata di “confusione” e franchezza portata da Renzi a Bruxelles ha riaffermato il primato della politica contro la burocrazia, i diplomatismi ed i ragionieri. L’unica via, incerta, per salvare quel che resta di questa stracciata comunità.
Un esempio. Qualcuno ha considerato fuori dal timing il viaggio in Mozambico, Angola e Congo. Che sciocchezza: l’Europa è in drammatico ritardo sul vero “hub” del futuro che è l’Africa. Cosa di cui da almeno 10 anni si sono accorte la Cina e la finanza Araba, e ben poco gli USA. Renzi è il solo leader europeo ad aver dato una priorità post-umanitaria al continente più ricco di risorse, novità e rischi dell’intero pianeta. Molto più delle prefiche self-referred che da trent’anni si stracciano le vesti facendo la spola in Medio Oriente. In questo quadrante, oltre ad una ferma protezione della esistenza dello Stato di Israele, per fare avanzare la pace bisogna avviare un cambiamento di rotta: una specie di concertazione mediterranea, anche militare, per la democrazia, la stabilità e la libera circolazione. Cominciando a proporre con fermezza nuovi criteri, vantaggi e svantaggi, alla Turchia e all’Iran. Parlandone in Europa (ecco perchè Mrs o Ms Pesc sono importanti e dovrebbero essere innovativi) e nella Nato. Le violazioni di un quadro esteso di legalità e convivenza, a sud come nel caso Ucraino, debbono avere un costo, in casi estremi anche con le sanzioni. Un nuovo regime di sicurezza si può promuovere solo quando i padroni del petrolio e del gas capiranno che la loro chiusura costa. Non con le dichiarazioni roboanti, ma con approvvigionamenti alternativi, collaborazione con altre aree come l’Africa, estraendo gas e petrolio dal Mediterraneo e tagliando col passato.
In questa nuova situazione Il profilo di Renzi sembra assai meno “unfit” di quello degli sbrodoloni analogici e degli columnist-strateghi alle vongole. Per fortuna avremo presto analisti e politici più dinamici e competenti che sapranno criticare per il verso giusto e ce n’è bisogno.

Massimo Micucci
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Le valigie di Paola Concia

25 luglio 2014
Oggi fa le valigie l’amica Paola Concia. (L’ho beccata a discutere in tedesco col trasportatore russo). Raggiunge stabilmente sua moglie Ricarda in Germania a Francoforte. L’amore la porta là dove la legge le ha riconosciuto il diritto a sposarsi e dove Ricarda Concia lavora. Ma non va via solo per amore. Paola è una personalità politica conosciuta. E’ diventata parlamentare dopo essere stata sportiva e poi manager.
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#womenagainstfeminism

A forza di “Zanarde, SNOQ e Boldrini era inevitabile. E’ partito negli USA l’hashtag #womenagaintsfeminism: nulla a che vedere con l’antifemminismo perbenista, tradizionalista, nè coi movimenti antiaborto etc. Ma nemmeno con le complicate revisioni cirtiche intestine del “movimento” con lo scontro tra senonoraquandine e neoputtaniste, ahimè decifrabile solo da ridottissimi circoli di appassionate e uomini , come chi scrive un pò guardoni. Vi invito a scorrere il tumbler womenagainstfeminism.tumblr.com con cui queste giovani “ci mettono la faccia” per capire.
Le parole d’ordine sono chiare. Il femminismo non mi serve perchè: 1) io rispetto gli uomini 2) essere donna non è uno svantaggio 3) Ho le mie idee 4) Mi prendo la responsabilità di me stassa e delle mie decisioni 5) Non mi sento una vittima 6) Il movimento femminista è pieno di schifezze e così via. Come è evidente la “storia” non è in discussione se non tra gli storici o le le storiche. Questa roba riguarda il presente. La cosa non fa certo piacere a tante femministe anti libertà, alle difensore del “corpo delle donne” , a quelle che le insultano su Twitter e indicano “l’asteroide” . Si strozzano di rabbia le sostenitrici della sfiga al femminile. Inorridiranno le teoriche del vittimismo di genere sempre bisognoso solo di compassione e manette, quelle che hanno coniato termini almeno insufficienti come femminicidio. S’indignano le Social Victim della protezione di genere , dietro cui si nasconde spesso anche tanta violenza tra donne. Inorridiscono davanti a tanta sfacciataggine le vestali anti olgettine in cerca di un posticino in TV o in Parlamento. Persino le sofisticate analiste che collegano le “acconciature” delle ministre di Renzi al senso delle loro performance politiche e le esperte “del come una donna si pone”. Perturbate e commosse per tanta giovane ignoranza. Già le sentiamo e le piangiamo perché le loro figliole, nipoti, sorelle minori oltre Atlantico corrotte dal demone del capitalismo, del comunismo dell’uso del corpo femminile, si sono ribellate a loro e non al maschio ipotetico stupratore con un sonoro vaffa twittabile.
Ma non dovrebbero affatto rassicurarsi, ne compiacersi i maschilisti o i maschilismi ed i sessismi di ogni genere e grado comunque presenti e devastanti. Queste ragazze non sono affatto tornate all’ovile anzi. Occupano quote di potere via via crescenti, vincono combattendo ovunque più concorsi pubblici degli uomini, i loro redditi aumentano e diminuiscono invece i maschi. Mettono se stesse e gli uomini sullo stesso piano, ma non intendono subire nessuno. In fondo debbono aver pensato queste giovani aggressive che rilanciano l’hashtag a che ci serve un vecchio “sindacalismo di genere” su cui hanno lucrato poche in politica? Secondo Cathy Young libertaria egualitaria , forse non sanno tutto delle rivendicazioni femministe , ma fanno proprio le domand giuste . E si danno le risposte: siamo donne che rispettano e si fanno rispettare. A loro non serve altro.
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Massimo Micucci


venerdì 4 luglio 2014

Le lamentele ed i lai del sistema politico mediatico contro Renzi sono altissime.

Le lamentele ed i lai del sistema politico mediatico contro Renzi sono altissime. Non si può criticare! Non mantiene la promesse! Non ha una classe dirigente. Non ha uno staff. Un uomo solo al comando non basta. Chiede pareri alla rete (sottinteso e non a noi) mostra “magnanimità” sospetta quando chiede ai direttori dei giornali di dire la loro sulla privacy a proposito della intercettazioni. Non consulta i sindacati, non sa scrivere le leggi, non può liquidare in maniera semplice questioni complesse. Non si sa se ha le coperture nonostante lo dica un ministro del Tesoro che viene del Fondo Monetario Internazionale. Stando ai tempi di riforma promessi ci siamo poco o per niente. E così via.
Nel mezzo di questo bailamme e dopo 100 giorni in cui ha vinto le elezioni europee con il 40%, il premier annuncia che ci vogliono 1000 giorni per fare una serie di cose e chiarisce il percorso della riforma delle giustizia. Dopo avere erogato gli 80 euri, avere “avviato” la riforma elettorale, quella istituzionale e quella della PA, del Fisco, del Lavoro, mette in cantiere 12 punti per la giustizia. Sorridendo, un po’ goliardo e strafottente. Se uno compara 100 giorni a mille è 10 volte meno di quanto promesso al momento dell’insediamento. Se invece uno confronta col passato tutto viaggia, tra decreti e disegni di legge delega a velocità 20 volte superiore a quella degli ultimi venti anni. Già ma cosa ne viene fuori? Un criterio di giudizio è quello suggerito da Massimo Cacciari con la consueta ruvidità: “spesso le norme sono un casino ma sarà sempre meglio di quello che c’era prima”.
Quelli che si lamentano e criticano metodo e sostanza di quel che avviene hanno le loro ragioni. Sono “realisti”: non pensano che l’Italia possa cambiare radicalmente e in tempi brevi anche perché le resistenze (ognuno dice “degli altri”) sono tantissime e il Parlamento non corrisponde certo ai voti degli italiani per il cambiamento e al mandato ricevuto. Un “ventina” tra Minei, Chiti, Quagliarelli e Minzolini si trovano in ogni condominio e possono fermare molto. Per far fronte a tutto questo, Renzi sta instaurando un nuovo “regime”, nel senso migliore del termine. In campo scientifico “regime” indica la presenza di un fenomeno o di uno stato fisico che influenzano in modo significativo l’ambito di una certa ricerca. Il presidente del Consiglio impone il regime della scena pubblica e comunicativa per imporre la sua agenda, le sue idee e proposte nel modo più semplice e clamoroso. Una rivoluzione che cambia spesso anche tempi e orientamenti con grande pragmatismo, impone anche le sedi e i tempi più opportuni. Sa bene che le truppe del nemico sono agguerrite, ma appesantite anche se non hanno nulla da perdere e così le obbliga ad emergere dalla jungla dei distinguo a confrontarsi con moschetti e vecchie uniformi in pubblico. Sfida un sistema di “istituzioni” costituzionali e extra-costituzionali nella arena pubblica, ne impedisce il ritiro dal campo dopo i colpi portati. Non nasconde gli obbiettivi e non lesina contrattacchi, gentili solo nel sorriso, ma spietati nella sostanza.
È solo? Dipende dai punti di vista. Ha una linea confortata più volte dalla maggioranza del partito, da una maggioranza, più risicata, di parlamentari, le altre forze parlamentari girano attorno alla sua agenda e spesso si controbilanciano dando più forza al progetto. Nella società le sue indicazioni e la sua determinazione sono molto apprezzate, lo stesso in gran parte d’Europa. Non ha un establishment predeterminato, sceglie persone di cui si fida, che però mette alla prova. Rifugge le relazioni che diventano vincoli. Obbliga la sua classe dirigente a una sfida senza coperture e senza rete. Evita accuratamente di restare impigliato in cerchie, in vicende locali di partito: a questa nuova responsabilità del capo dell’esecutivo vorrebbe anche far corrispondere norme (o procedure) “tagliola” che semplifichino iter e peso dei provvedimenti e allentino la corda dello stato sui cittadini.
Insomma un regime rispettoso delle regole formali, ma mobile e imprendibile sul piano di quelle informali. Una guerra di movimento i cui esiti si vedranno e giudicheranno (nelle urne?) al tempo previsto: 1000 giorni.
Massimo Micucci
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